Pecore in erba

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Un ritratto spietato e veritiero di una realtà controversa e vicina alla nostra quotidianità

Leonardo è scomparso. I notiziari annunciano il tragico evento con sgomento e preoccupazione. Folle di manifestanti si radunano nelle piazze di tutta Italia esprimendo costernazione e solidarietà nei confronti della famiglia. Politici, intellettuali, personalità a capo delle istituzioni religiose, perfino il presidente della Repubblica è sconvolto per l’accaduto. Scenari angoscianti accompagnati da immagini apocalittiche montate come una vera puntata di SKY TG24 danno avvio allo scomodo mockumentary presentato  nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia 2015.
Opera prima del giovane Alberto Caviglia, Pecore in erba offre lo spaccato di una realtà spietatamente vera che ogni giorno accade e si dipana sotto ai nostri occhi, accuratamente offuscati dai filtri dei mass media, serviti sul piatto d’oro dell’informazione democratica e finalmente alla portata di tutti, ma cotti a puntino dai grandi manipolatori della cultura e dell’opinione pubblica. La storia di Leonardo Zuliani parla chiaro in questo senso, e definire questo crudele lungometraggio “opera satirica sull’antisemitismo” risulta quantomeno riduttivo.
Leonardo è un personaggio ermetico e controverso, che sin dall’infanzia manifesta chiari segnali di antisemitismo, attraverso inspiegabili comportamenti aggressivi e talvolta violenti nei confronti del suo compagno di scuola Mario, ebreo di origini. Nessuno riesce a spiegare le motivazioni del il suo agire: la famiglia che lo ha allevato è così onesta e rispettabile che mai avrebbe potuto trasmettergli valori come l’odio razziale, così come la maestra e le altre persone che lo circondano. Per non parlare dei boy-scouts, a cui la madre, preoccupata, pensa bene di iscriverlo per far sì che apprenda quel tanto di disciplina che, a quanto pare, non è riuscita a insegnargli. Ma l’esito si rivela presto ancora più drammatico: l’educazione di stampo militare e i discorsi delle guide e dei preti animano ulteriormente questo sentimento apparentemente privo di fondamenti, e Leonardo cresce animato in toto da sentimenti di odio e insofferenza verso una razza che reputa inferiore, così da fare dell’eliminazione degli ebrei dalla storia una vera e propria missione che lo porterà a intraprendere un lungo cammino ideologico alla ricerca sia di mentori che di sostenitori delle idee che man mano la sua mente controversa sviluppa.
Realizzerà un fumetto, una volta adolescente, il cui protagonista sarà Mario, il vecchio compagno d’infanzia, vittima designata di vignette satiriche a sfondo splatter: teste mozzate e corpi dilaniati susciteranno l’ilarità dei lettori incuriositi da questo nuovo personaggio a cui ne capitano di tutti i colori, facendo delle strisce un vero e proprio successo. Si iscriverà, poi, alla cattedra di negazionismo dell’università ed approfondirà i suoi studi fondando circoli letterari dove si dibatte sulla non esistenza della razza ebraica nella storia, o sulla fondatezza delle ragioni di quanti li hanno perseguitati. Scriverà libri, trattati e saggi; arriverà perfino a riscrivere le Bibbia cancellando dalle pagine ogni singolo riferimento a quel popolo.
Ma ciò che veramente suscita indignazione non è tanto il discutibile personaggio di Leonardo, quanto le persone che lo circondano, le folle: crescendo, egli riscuoterà un incredibile successo mediatico, poiché, tutto sommato, si mostrerà un ragazzo politicamente impegnato, onesto, cordiale con tutti e sempre pronto a esprimere le proprie idee e a discuterle. Poco importa quale sia la natura di quelle idee o la violenza che dietro esse si cela. Ciò che conta è la persona di Leonardo, simpatico, corretto e di buona famiglia. E quando arriva all’apice del suo successo, scompare senza lasciar traccia.
Con tratto tagliente e un umorismo in pieno stile Monty Python, Caviglia offre un drammatico scorcio della realtà odierna, dove mezzi di comunicazione, personaggi influenti e detentori della cultura manipolano a proprio piacimento folle prive di pensiero e di capacità di giudizio, bombardate continuamente da contenuti spazzatura spacciati per anni come “risposta a specifiche esigenze”, ma subdolamente imposti dall’alto da un sistema basato sulla produzione e creazione di finti bisogni.
Sembrano aver perso la propria capacità di discernere, gli esseri umani di questo spietato mockumentary, che, come pecore, seguono un gregge la cui testa è un personaggio invisibile che, altrettanto invisibilmente, si è sedimentato nelle loro menti. Ma pur nella drammaticità di questo quadro, Caviglia lascia un margine di speranza in un finale a sorpresa dove affida alla parola “resistenza” la possibilità di uscita da un meccanismo che sembrava ormai impossibile da fermare.

Costanza Ognibeni

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