Un mostro dalle mille teste

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Le conseguenze della disperazione

Rodrigo Plá si era fatto già notare nel 2007 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con la sua opera di esordio, La zona, e Un mostro dalle mille teste (in originale Un Monstruo de mil cabezas ha aperto la sezione Orizzonti, ricevendo un’accoglienza più positiva rispetto al riscontro ottenuto da Everest – il film di apertura della 72esima edizione.
Tratto dal libro di Laura Santullo, il film parte dalla malattia di un uomo – marito e padre di famiglia – scegliendo di affrontare declinazioni e implicazioni meno frequentate, se non nel macrocosmo di cosa possa accadere di fronte alla disperazione più totale e al desiderio di aggrapparsi con le unghie e con i denti alla vita. Il primo fotogramma ci fa calare nello stile del regista uruguaiano, la situazione si intravede poco, la macchina da presa resta volutamente a distanza, è come se voglia catturare quel momento quotidiano (disturbato dalle conseguenze del cancro) senza risultare invadente. A un tratto si sentono dei gemiti di dolore, l’uomo sta male, a soccorrerlo sarà sua moglie ed è lei il motore di una serie di eventi. C’è però un limen oltre cui l’uomo può andare e che, al contempo, non può controllare.
Plá definisce Un Monstruo de mil cabezas un thriller, che dura solo 75′ e scivola “come se” nulla fosse (sempre con rispetto parlando dato il tema), merito di un ritmo preciso, ben calibrato nella concatenazione dei tempi, degli accadimenti e anche del sistema dei personaggi. Se La zona metteva in campo la coscienza di un adolescente contro il muro costituito dalle regole e dagli schemi dei “padri”, quest’ultima pellicola vede una donna innamorata (Jana Raluy) scontrarsi contro il muro di gomma della burocrazia e della corrotta compagnia di assicurazioni – a lei si associa il figlio, trascinato dalla madre nel vortice della sopravvivenza. È in parte difficile parlarvi del lungometraggio in questione proprio perché è nostra “politica” non spoilerare e non vorremmo che alcune nostre descrizioni vi facessero immaginare un altro film, il vostro film, ma forse farebbe parte anche questo del gioco. Probabilmente un po’ vi staremo depistando e, in parte, è anche voluto per il desiderio che vi facciate sorprendere da un’opera che noi abbiamo apprezzato, gustandoci la costruzione dell’imponderabile umano (la struttura si fa forte del meccanismo “del rimando” per presentare una contingenza da nuovi punti vista). Anche in Un Monstruo de mil cabezas torna simbolicamente lo spazio di frontiera, a suggerircelo è l’incapacità di venire a patti o anche solo digerire la morte. Ma la frontiera è anche la barriera delle norme dell’ufficio, l’ottusità di un medico che soggiace a ciò che gli viene detto e che sembra aver dimenticato la missione di questa professione: tentare di salvare vite.
Le ottime interpretazioni degli attori, su cui spicca la Raluy, riescono a dare ulteriore spessore e dinamicità alla sceneggiatura.. Resterete incollati alla storia, sarete guidati anche dai giochi focali della macchina da presa, per un attimo penserete di poter tirare il fiato e, immediatamente dopo, qualcosa riaccadrà, rompendo i cosiddetti confini precostituiti dall’apparato istituzionale. Per fare ciò Un Monstruo de mil cabezas adopera, a tratti, un tono grottesco, sempre utilizzato nella giusta misura, senza mai – in questo caso – andare oltre quella linea che lo avrebbe fatto (s)cadere nel non credibile. Anzi, è proprio questa cifra che rende alcune situazioni paradossali (viste sullo schermo) così altamente verosimili se si pensa all’attualità. In fondo, Turner docet, l’esasperazione può portare a «manifestazioni patologiche di communitas al di fuori o contro la legge», qui non sarà un gruppo sociale come ne La zona, ma a suo modo il regista ci fa vedere un altro microcosmo – quello familiare – e la sua reazione, qualora venga messo a dura prova dal “mostro dalle mille teste”.

Maria Lucia Tangorra

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