Little Joe

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8.0 Awesome
  • voto 8

Tra Ultracorpi new-age e ricerca cromatica

Nel ricco programma offerto dal Ravenna Nightmare Festival 2021 appena conclusosi c’è una sotto-sezione, il Nightmare d’Essai, pensata apposta per conciliare armoniosamente cinema di genere e cinema d’autore. Frutto di un’oculata selezione, essa presenta tre film di confine frutto del genio di altrettanti autori contemporanei, tre film particolarmente rappresentativi delle sfumature che questa cinematografia di confine può mettere in scena, in un contesto post-moderno dove ormai le etichette di “genere” e “autore” si fanno sempre più labili: parliamo de Il lago delle oche selvatiche (già recensito in precedenza), Little Joe e Red Moon Tide, tre film che assurgono a simbolo di un modo più libero di intendere il cinema, e che intercettano il sentimento di registi e pubblico per un’Arte finalmente libera da categorie e preconcetti. Un po’ quello che è accaduto, mutatis mutandis, con la presentazione in concorso a Cannes 2021 di due film-scandalo come Titane e Benedetta, e che testimonia un’autentica new-wave anche nei Festival più importanti.
Little Joe (2019), diretto dell’austriaca Jessica Hausner (e presente nel catalogo di Amazon Prime Video) fu presentato lo stesso anno in concorso a Cannes, dove la protagonista Emily Beecham vinse il premio come migliore attrice. Parliamo dunque di un cinema d’alta scuola (la regista aveva già partecipato a Cannes e a Venezia con vari film d’autore), un cinema che al contempo arriva però al cuore dello spettatore senza perdersi in intellettualismi di maniera, grazie a una trama che attinge nei territori del fantastico per approdare a un’inquietante distopia e a messaggi non banali sui confini della scienza. Ambientato a Londra – ma potrebbe essere qualsiasi altra città – e scritto dalla regista insieme a Geraldine Bajard, ha come protagonista Alice (Emily Beecham), una ricercatrice che lavora in un centro di ricerche biologiche dove si fanno esperimenti sui vegetali. Il team di scienziati, fra cui Chris (Ben Whishaw), innamorato della donna, e Bella (Kerry Fox), ha creato una splendida pianta di colore rosso vivo che ha proprietà terapeutiche impressionanti: se la si tratta con cura, parlandole e trattandola amorevolmente, essa sprigiona un’essenza che ha il potere di rendere felice chi le sta vicino. Alice decide di portare una di queste piante al figlio Joe (Kit Connor), che soffre per la separazione dal padre, chiamando per questo motivo la creatura Little Joe. Ma il fiore non è così innocuo come sembra. La prima a dare l’allarme è Bella, il cui cane, dopo averne annusato un esemplare, diventa insolitamente aggressivo. Ben presto, anche Joe e Chris, dopo essere stati a contatto con la pianta, mutano il loro carattere, manifestando apatia o comportamenti strani, tanto da convincere Alice che Little Joe sia in grado di manipolare la mente umana.
La prima sensazione che si ha vedendo la bellissima opera della Hausner è un richiamo ad alcuni classici della fantascienza come L’invasione degli Ultracorpi e il suo remake Terrore dallo spazio profondo: due film dove c’erano creature extraterrestri – una sorta di enormi baccelli – che prendevano possesso delle persone, creando delle copie fisicamente identiche agli originali ma in realtà esseri alieni. Parliamo di film rivoluzionari per il genere sci-fi e per il cinema della paranoia, dove i protagonisti – e con loro gli spettatori – non sapevano mai se avevano di fronte un umano o la sua copia aliena. Little Joe è un po’ una sorta di Body Snatchers (così recitava il titolo originale dei film di Don Siegel e Philip Kaufman) aggiornato ai nostri tempi: se all’epoca erano gli extraterrestri a fare più paura, quale metafora della paranoia cospirazionista (erano gli anni della Guerra Fredda e poi del Watergate), oggi non si guarda più tanto agli altri mondi, quanto ai pericoli che è il nostro stesso mondo a creare. La pianta elaborata dal team di Alice modificando biologicamente alcuni organismi viventi, e che come gli Ultracorpi prende possesso delle persone, è un chiaro messaggio – trasfigurato attraverso i codici del cinema fantastico – sui pericoli a cui può andare incontro una scienza non controllata e un’ingegneria genetica spinta al parossismo: terribili rischi che la regia misurata della Hausner ci fa percepire in modo epidermico, senza sterili discorsi teorici, ma attraverso una vicenda che, pur non presentando effetti speciali come nei suddetti film di fantascienza, risulta incredibilmente inquietante; una sensazione di disagio costante e crescente, senza colpi di scena né sequenze-madri né jump-scares, grazie a un tipo di regia oggi abbastanza rara.
In Little Joe significato e significante vanno di pari passo, poiché Jessica Hausner – grazie a un ricercatissimo lavoro di scenografia e design e alla splendida fotografia di Martin Gschlacht – mette in scena un mondo visivo già di per sé algido, freddo, alienante, che ci fa precipitare in una dimensione “altra”: a partire soprattutto dal laboratorio glaciale e geometrico (dove c’è un lavoro cromatico eccezionale, quasi kieslowskiano), che è il luogo principe dell’azione, fino all’abitazione della protagonista, fatta di ombre e anfratti, come l’angolo dove giace la creatura silente e minacciosa. Visivamente, Little Joe desta impressione per il lavoro non comune sui colori e il loro accostamento: il bianco quasi abbagliante che domina tutto il laboratorio, a cui è arditamente accostata la miriade di fiori rosso vivo e sgargiante che lo abitano, inquadrate dall’alto o di fianco con movimenti di macchina lenti e ossessivi – come a voler preannunciare la minaccia incombente; oppure il verde delle sedie e dei camici, ancora a contrasto con il bianco abbacinante, il quale ci fa precipitare in una sorta di nulla che ingloba i personaggi. Si parlava di cromatismi alla Kieslowski (e qua i puristi storceranno il naso) in modo un po’ iperbolico, per rendere l’idea di un uso del colore totale e primario, con una fotografia sgargiante in grado di totalizzare le inquadrature – vedasi anche la parete rossa nello studio della psicologa, e soprattutto le luci al neon cremisi (un po’ in stile Refn) che coprono in certi momenti il laboratorio oppure si sprigionano dal fiore.
Al contrario degli Ultracorpi, la pianta eponima di Little Joe non sostituisce i corpi delle persone, ma si insinua nella mente e nella personalità degli sventurati che odorano la sostanza sprigionata. L’effetto è però simile a quello narrato nei film di Siegel e Kaufman, con gli individui che perdono la loro identità, precipitano in una sorta di vuoto e apatia, e manifestano comportamenti strani che destano sospetti in chi non è venuto a contatto col fiore. Oltre a un monito sui pericoli della scienza, non è azzardato vedere nel film della Hausner una metafora dell’uso sempre più diffuso delle droghe, che proprio come l’essenza malefica del fiore penetrano all’interno delle persone e le trasformano in qualcosa di altro. E, correlato a questo, c’è anche una riflessione non banale sui labili confini fra la ricerca della felicità e il rischio di precipitare in una dimensione alienante. Un’inquietudine serpeggiante lungo tutto il film, più spaventosa di tante creature che vediamo negli horror, e che si proietta qua in un film che non è un horror, o meglio non lo è nell’accezione tradizionale del termine, quanto piuttosto uno sci-fi drammatico, psicologico, anti-convenzionale e esso stesso alieno. Little Joe è dominato da una paranoia che sfrutta un climax crescente, dove Alice (un’ottima e impassibile Emily Beecham) entra sempre più in un vortice di sospetti – e noi con lei – per cui non riesce a distinguere le persone con intelletto da quelle dominate dal fiore, quasi degli zombi, mentre la regia crea un effetto perturbante che raggiunge l’apice quando anche il figlio inizia a manifestare sintomi di squilibrio mentale, con un’apatia e uno sguardo torvo degno dei bambini di Grano rosso sangue. Little Joe è per certi versi un film apocalittico e distopico, che estende in certe sequenze le esperienze dei protagonisti ad altri personaggi, e la conclusione, sottolineata dalle musiche dissonanti che permeano tutto il film, è più che mai aperta, sibillina e spaventosa.

Davide Comotti

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