Un treno che si chiama desiderio (dei writers)
Premiato alll’Hip Hop Cinefest 2026 nella categoria Fiction Feature, davvero elettrica quest’anno se consideriamo che vi concorreva anche l’autarchico, folle, divertentissimo Breghenens 2 di Simone “Stritti” Micozzi e Alessio “Kgi” Giaccaglia, Wholetrain del tedesco Florian Gaag (ospite a Roma del festival) rappresenta innanzitutto l’ennesima dimostrazione di un approccio alla selezione delle opere libero ma al contempo consapevole e incline alla ricerca, da parte degli organizzatori.
Il film in questione, tanto per cominciare, non è una produzione recente, ma è stato inserito ugualmente in concorso poiché considerato il film “cult” di Florian Gaag, nonché la prima pellicola cinematografica di produzione tedesca che vantasse alcuni writers quali protagonisti, così da esplorarne lo stile di vita nelle sue varie sfaccettature. Tale lungometraggio di finzione risale al 2006, si parla quindi di vent’anni fa. E a una memoria cinefila simili date suggeriscono comunque qualcosa, dato che nei primi anni duemila il cinema tedesco aveva sfornato non pochi capolavori di grande successo all’estero: uno di questi, Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, risale ugualmente al 2006, mentre pochi anni prima e cioè nel 2003 era stato realizzato l’adorabile Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker. In tutto ciò, Wholetrain dalle nostre parti era passato pressoché inosservato. L’importanza di recuperare e valorizzare l’opera cinematografica di Floria Gaag, però, non è stata colta solo dallo staff di Hip Hop Cinefest , ma anche dal Goethe-Institut che ha presenziato all’evento, dimostrando con tale patrocinio di non essere soltanto l’istituzione seria e culturalmente ricca di proposte che conosciamo da sempre, ma anche una realtà attenta ai nuovi linguaggi e alle differenti possibilità espressive dell’arte.
Proiettato la sera del 15 maggio 2026 al Fusolab, nuova e apprezzatissima sede del festival su cui contiamo di soffermarci in qualche altra occasione, Wholetrain celebra l’impegno, la passione e la volontà di mettersi in gioco dei writers attraverso una narrazione concitata e uno stile di riprese estremamente dinamico, che rende l’intero tessuto urbano una specie di “terreno di gioco” in cui artisti di strada e forze dell’ordine, i cui rappresentanti vorrebbero a tutti i costi bloccare tag e altri interventi di graffitari su treni o altre superficie vietate, sembrano quasi sfidarsi a “guardie e ladri”. Tra azioni audaci, fughe e inseguimenti.
Al centro del plot vi è poi l’accesa competizione tra due differenti crew, la KSB (Keep steel burning) e la ATL (Above the law) che si fronteggiano in città per affermarsi come le migliori in circolazione. A proposito, la città di cui si parla è Monaco di Baviera, ma le ferrovie tedesche interpellate in tal senso non avevano particolarmente gradito (eufemisticamente parlando) che si usassero bombolette spray e vernici sui propri convogli, per cui come ci ha raccontato l’autore stesso la loro produzione cinematografica, scartata per le stesse ragioni anche Praga, si è mossa avventurosamente alla volta di Varsavia trovando infine in Polonia (attraverso accorgimenti e trattative che, pur essendoci stati raccontati in modo assai divertente, potevano non essere del tutto “a norma”, sicché non è probabilmente il caso di riportarli qui) il luogo adatto per le riprese. Wholetrain si configura strada facendo come un “buddy movie” con personaggi tutti molto interessanti, ben caratterizzati e calati in una cornice, quella dei “graffiti” e dell’hip hop, che il regista ha saputo trasferire bene nella finzione cinematografica avendo fatto parte a sua volta di tale scena. Una delle ultime notazioni riguarda proprio il cast. La crew di cui osserviamo le dinamiche più dall’interno è composta da Elyas M’Barek (Elyas), Mike Adler (David) Florian Renner (Tino) e Jacob Matschenz (Achim). Salta all’occhio che ben due di loro, il berlinese Jacob Matschenz ed Elyas M’Barek, nato a Monaco da padre tunisino e madre austriaca, all’epoca erano quasi esordienti ma hanno poi avuto come attori una carriera a dir poco sfavillante, sia sul grande schermo che in televisione. Per finire, due parole sull’epilogo del così serrato racconto cinematografico: offrendo a uno dei protagonisti la possibilità di vedere accettato e sostenuto il proprio talento in una scuola d’arte tradizionale, ma facendogli scegliere di rifiutare e di fare ritorno all’impervio sentiero della street art, il regista – assieme allo sceneggiatore Kai Schröter – ha voluto implicitamente esporre il suo punto di vista su un argomento ancora oggi molto dibattuto.
Stefano Coccia









