Titane

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5.0 Awesome
  • voto 5

Nessuno ci può giudicare

C’è qualcosa di demoniaco in quel bambino che, già indisciplinato in macchina, provoca un grave incidente, distogliendo l’attenzione del padre alla guida. Miracolosamente i medici riescono a salvarlo, con l’ausilio di apparecchiature metalliche che gli vengono inserite in testa, segnando così un ulteriore innesto nella sua psiche già disturbata e un’altra ibridazione di generi cinematografici del film. Questo è l’incipit di Titane, opera seconda di Julia Ducournau che inaspettatamente si è aggiudicata la Palma d’oro al Festival di Cannes 2021. L’operazione del film è abbastanza chiara e lineare: assimilare tutta una serie di riflessioni cinematografiche sull’inquietudine contemporanea, dalle mutazioni corporee di David Cronenberg, le ibridazioni del corpo con la macchina e l’erotismo nei confronti delle carrozzerie alla Crash, ai parti mostruosi polanskiani, ma anche tutto il cinema dei serial killer, rielaborandoli in un’ottica gender fluid, per un coming of age, il recupero di un rapporto genitoriale che si manifesta anche in chiave incestuosa.

Quello che emerge è paradossalmente una visione conformista, un ritorno all’umano dopo una parabola di cinema disturbante, l’accettazione di un umano che non è più quello convenzionale, l’omologazione di tutto ciò che si è sempre considerato come far parte delle diversità. Titane è un film che recupera un punto di vista morale dopo aver messo in scena un universo amorale, che non è nemmeno più strano nella nostra assuefazione derivante dall’aver visto tanto cinema. Titane è un film incentrato sul concetto di corpo e sulla sua costante violazione, penetrazione, massacro, sulla fuoriuscita di fluidi corporei, sangue, vomito. La protagonista Alexia sfrutta in chiave estetica quel suo sfregio che si porta dall’infanzia, in quella sua cicatrice sopra l’orecchio, che esibisce come ornamento tenendola rasata, dalla figura che ricorda le circonvoluzioni cerebrali, quasi fosse una parte di cervello scoperta. Anche il divo francese Vincent Lindon, all’epoca un simbolo del fascino maschile cinematografico d’oltralpe, è impietosamente ripreso in un fisico da mezza età, sfatto.

Ma a essere sfatto è l’intero film che scricchiola in una fattura claudicante, che cerca invano in alcuni momenti di essere ironico, che irrita per quel suo essere derivativo, pur in modo calcolato, di cui sopra. E che a volte è anche realizzato male come nel brutto effetto speciale della pancia squarciata prima del parto. Impacciata anche l’ironia della scena della mattanza, dove parte il motivo in italiano Nessuno mi può giudicare, il grande successo degli anni Sessanta di Caterina Caselli che torna protagonista nel cinema d’autore, dopo che fu usato come colonna sonora dei titoli di testa nell’edizione italiana di Gli amori di una bionda, opera della Nová vlna cecoslovacca. «Nessuno mi può giudicare» appare anche come un inno da pride, all’espressione totale di ogni possibile identità o stravaganza. E Titane è stato ben giudicato dai giurati di Cannes, seguendo così un cinema à la page e furbetto.

Giampiero Raganelli

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