Where Are You

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

California Dreamin’

Inserito nella sezione Contemporanea del Ravenna Nightmare 2021, Where Are You è un oggetto filmico quasi imperscrutabile, in cui la nitidezza delle fonti di ispirazione finisce per creare un orizzonte dai contorni incerti, sfumati, laddove si colgono tratti ancora acerbi ma anche uno spleen palpabile e intuizioni visive di un certo pregio. Assieme a Valentina De Amicis ne è autore Riccardo Spinotti. Figlio a sua volta di quel Dante Spinotti il cui contributo alla storia del cinema italiano (e internazionale) è tanto ragguardevole, da rendere superfluo e comunque riduttivo qualsiasi elenco di opere. La sua fotografia ha comunque modo di brillare anche qui.

Ecco, la famiglia Spinotti al completo (compresa la madre Marcella) è risultata impegnata nella produzione di questo lungometraggio, nato peraltro in una sorta di “famiglia allargata” che è la stessa Hollywood. Non trascurabili infatti le partecipazioni attoriali dell’immenso Anthony Hopkins e del promettente Ray Nicholson, che dal padre Jack un pizzico di quello sguardo allucinato e penetrante ha senz’altro preso. Ed è perciò dalla California che il piccolo clan famigliare si è collegato, via skype, per salutare il pubblico di Ravenna e raccontare in breve la genesi di questo lavoro, senz’altro facilitato dal retaggio paterno, non scevro comunque di personali rielaborazioni dell’immaginario cinefilo più vicino agli autori.

Tra il profilarsi di una profonda crisi creativa, il quasi conseguente incrinarsi del rapporto con la meravigliosa fidanzata, le brutte notizie giunte all’improvviso sulla sorte del loro migliore amico, sembrerebbe quasi che il mondo dorato del protagonista di Where Are You, giovane fotografo di successo non più in grado di resistere alla pressione circostante, debba sgretolarsi da un momento all’altro. Così sarà. Ciò che ne deriva è un progressivo smarrimento, autentica discesa agli Inferi, cui seguirà una difficile risalita, ai bordi di quel sogno americano sempre sul punto di trasformarsi in incubo.

Per delineare questo accidentato percorso, Riccardo Spinotti e Valentina De Amicis hanno dato vita a una forma narrativa ibrida, sperimentale, in cui i tratti più intimisti e la ricerca del perturbante sembrano avere rispettivamente Malick e Lynch quali punti di riferimento. Un’ambizione notevole e senz’altro rischiosa, giocare a rimpiattino con la poetica di simili mostri sacri. E difatti nei momenti in cui il film si limita a un calco piuttosto esteriore dei modelli, la traccia si indebolisce, lasciando affiorare anche qualche limite di espressività del giovane interprete, Irakli Kvirikadze, cui è stato affidato il ruolo del protagonista. La cornice in cui si muove continua però a fornire motivi di interesse. Suggestioni di vario genere, che un montaggio libero e armonico, una fotografia strepitosa (come poteva essere diversamente, del resto), un’ossessiva ricerca di luci e ombre dell’alta società americana riescono ad ogni modo a far palpitare, ondeggiando assieme al racconto nei diversi spazi filmici attraversati.

Stefano Coccia

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