Satoshi Kon e il meta-cinema animato della memoria
Satoshi Kon, dopo aver esordito nel 1997 con il film d’animazione Perfect Blue, che affrontava il tema dell’identità sulla disgregazione dell’Io, in Millenium Actress costruisce un’impalcatura narrativa che poggia su più livelli. Racconta di un amore che attraversa la storia del Giappone, un viaggio nella memoria che ripercorre l’epopea del cinema nipponico nei ricordi di un’attrice famosa e amata come Chiyoko Fujiwara.
Il film d’animazione del 2001 del compianto artista sarà di nuovo nelle sale dal prossimo 11 maggio 2026 per tre giorni. Un’occasione per goderlo sul grande schermo in una nuova versione restaurata in 4K. La vicenda è molto peculiare e vede un regista che è anche fan appassionato di una diva giapponese e che, assieme al suo fido operatore, ha ottenuto un intervista proprio con lei, ovvero Chiyoko Fujiwara, direttamente a casa sua. Un’autentica star del cinema nipponico, ormai settantenne , ritiratasi a vita privata. Ripercorreranno insieme i suoi ruoli più iconici e il ricordo di un amore mai dimenticato.
Il rievocare la carriera dell’attrice risucchierà letteralmente il regista e il suo operatore all’interno delle scene dei film interpretati da Chiyoko, in una sorta di viaggio meta-cinematografico, nel quale faranno parte delle scene come autentiche comparse. Saranno anche testimoni di un amore perduto e mai dimenticato dalla diva, per un rivoluzionario senza nome braccato dalla polizia. Chiyoko apprende della demolizione dei Ginei Studios, ma dalle macerie il regista Genya ha salvato una chiave, che le apparteneva, sapendo l’immenso valore simbolico che ha per lei. Ossia il sentimento per l’uomo misterioso incontrato una sola volta, un pittore rivoluzionario e attivista contro la guerra in Cina, il quale le fece dono proprio della chiave raccolta da Genya. Ella ricercava il suo amore in tutti i film da lei interpretati, sperando di essere riconosciuta dall’artista attraverso le immagini sullo schermo, così da ricordare un po’ Thomas Jerome Newton, alias David Bowie, in L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg. In quel racconto per fotogrammi il protagonista era un alieno che, dopo vari tentativi, non riusciva a tornare sul pianeta dalla sua amata, e come estrema necessità diventava così una star della musica. L’incisione di un disco incarnava una sorta di messaggio, nella speranza che un giorno sua moglie potesse ascoltarlo captando le trasmissioni radio terrestri.
Satoshi Kon sfrutta per Millenium Actress tre piani narrativi che confluiscono armoniosamente tra loro. Partendo dai giorni nostri, in cui Genya intervista Chiyoko, fino a quello legato alla sua vita fuori dal set, lei nata nel 1923 nel Kanto, durante un terremoto in cui perse la vita suo padre, e cresciuta con una madre autoritaria.
Proprio le attività sismiche caratterizzeranno in modo particolare la sua vita, e il tutto andrà a mescolarsi nel terzo piano narrativo, legato alla memoria filmica, in cui il surrealismo prende il sopravvento esaltando il genio del cineasta giapponese. La fluidità delle immagini si rivela piacere estatico, e il montaggio delle scene dei diversi generi cinematografici, che omaggiano la settima arte nipponica, attraversano film in costume dell’epoca dei samurai, unendo folklore e magia, passando per apocalittiche scene con i Kaiju, fino alla fantascienza. E Satoshi Kon offre una continuità in cui la memoria di una nazione si intreccia nel racconto meta-cinematografico e nei ricordi personali di una diva dentro e fuori dal set.
Il comparto tecnico gode di animazioni cariche di suggestioni e il regista dimostra di usare il mezzo in maniera magistrale, restituendo un impatto visivo dalla forte carica immersiva, in cui ogni cosa è al suo posto, come l’uso dei colori, che si rivelano un quid pluris avvolgente nelle dinamiche di una visione unica nel suo genere.
Quel che fa Millenium Actress con ampio successo è narrare la storia di un paese, attraverso la storia stessa del cinema del Giappone, e così Satoshi Kon dirige un film d’animazione con l’approccio e la tecnica di come si gira un lungometraggio con attori in carne e ossa. Il montaggio inoltre conferisce quella continuità tra le scene, infondendo un ritmo che non conosce pause. I personaggi corrono attraverso epoche diverse, ma sono il frutto del racconto di Chiyoko, un viaggio che in realtà ci porta nella sua mente, nei ricordi di una vita alla ricerca di un amore perduto. L’importante non è coronare il sentimento con la persona che si ama, sebbene incontrata una sola volta, ma l’immagine e la proiezione che lei ha costruito su di lui, in un vagheggiamento letterario che rievoca in maniera assai raffinata anche la complessità del pensiero e delle opere di Marcel Proust come nel capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”.
Fabrizio Battisti









