Affamata di vita
«Ho sempre rubato la mia parte di gioia a tutto e a tutti». Modesta (Tecla Insolia) lo dice a se stessa e agli spettatori già nell’incipit del primo episodio de L’Arte della Gioia, una dichiarazione che va a rafforzare ciò che la storia ci dimostrerà. Da piccola scappare dalla propria casa che brucia, ma i tasselli di quell’evento così tragico e determinante sono disseminati e tutto sarà chiaro solo andando avanti proprio come accade nella vita reale, crescendo. Nata in Sicilia il primo gennaio del 1900 da una famiglia povera, in una terra ancora più povera, Modesta è una bambina vivace, che non conosce le cosiddette buone maniere, che (forse) apprenderà nel convento dove viene accolta. Qui conosce Madre Leonora (Jasmine Trinca), di cui diventa la protetta, merito di un carattere caparbio. Già in questa fase del plot si tocca con mano il fine lavoro di sceneggiatura di Valeria Golino che ha scritto insieme a Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella e Stefano Sardo (solo il quinto episodio è diretto da Nicolangelo Gelormini, nda) e lo sguardo scrupoloso della Golino regista, brava nell’indirizzare la platea senza ‘manipolare’. Nella prima giovinezza la sua bellezza semplice si cristallizza in folti capelli scuri e occhi brillanti e magnetici. Tecla Insolia dimostra una grande versatilità nell’abitare i vari colori di una bambina che sta muovendo i passi per diventare donna, padrona di se stessa (e non solo) e se già aveva colpito nell’interpretazione di Nada ne La bambina che non voleva cantare (film per la televisione diretto da Costanza Quatriglio), in questo ruolo trasmette come sia maturata.
Modesta è in cerca della felicità, anche nelle cose più concrete e questo la porta a non accontentarsi mai, appunto a ‘rubare’ alla vita. Riesce a instillare interesse anche attraverso ciò che viene detto di lei ed è così che si ritrova al cospetto della Principessa Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), dove riesce a tenere testa a una donna chiusa in una villa in campagna, in cui alcune porte non devono essere aperte proprio come le ferite non rimarginate. Modesta incontra, tra gli altri, Beatrice detta Cavallina (Alma Noce resta impressa come se fosse un frame, restituendo la genuinità e al contempo come possa essere vendicativa perché capricciosa come una bambina) e il fidato gabellotto della famiglia, Carmine, a cui Guido Caprino dona carisma e quei modi ruvidi funzionali al ruolo e alla dinamica relazionale.
Nei sei episodi de L’Arte della Gioia (su Sky e Now) l’incessante movimento di emancipazione della protagonista è direttamente proporzionale al percorso di maturazione personale e sessuale. Spiazza per alcune scelte, varcando il confine tra lecito e illecito, ci si interroga a volte fino a che punto possa spingersi per conquistare quel diritto così forte che sente nei confronti del piacere e della gioia.
L’obiettivo della macchina da presa fa notare i dettagli, il cambiamento del corpo così come osserva (rifuggendo dal voyeurismo) l’incontro tra corpi, anche tra chi è detto essere umano e chi non riesce neanche a essere nominato (nello specifico dalla principessa).
«Le nostre precedenti collaborazioni (Miele ed Euforia) mi avevano già permesso di concentrarmi sull’introspezione di personaggi elaborati», spiega la Golino riferendosi alla proposta arrivata dalla produttrice Viola Prestieri (una serie Sky Original prodotta da Sky Studios e da Viola Prestieri per HT Film, nda), aggiungendo: «e questa volta abbiamo condiviso l’urgenza di raccontare un personaggio femminile così inedito per la libertà e spregiudicatezza con cui si approccia alla vita e alla sessualità. E in fondo, ritengo che in questo momento storico sia ancora più importante raccogliere l’eredità di Goliarda Sapienza, una straordinaria precorritrice dei tempi. L’Arte della Gioia ci porta in una Sicilia che conosciamo, una terra dura, aspra, spietata, ma divisa da mille recinti, che tracciano confini tra uomini e donne, ambizioni e aspettative sociali, servi e padroni, eletti e rinnegati. Nei primi anni del ‘900, Modesta combatte sola, guidata dal suo istinto, una battaglia che tutte le donne continuano a intraprendere molti anni dopo. La sua battaglia è innanzitutto un percorso di presa di coscienza del ruolo della donna, guidato da un’insaziabile sete di libertà. La forza del suo personaggio, che i lettori conoscono ed è mia ambizione raccontare agli spettatori, non deriva soltanto dalla sua spinta ad autodeterminarsi, ma proprio dalla sua capacità di esplorare i propri desideri a discapito e a prescindere dalla morale condivisa, dai pregiudizi e dai ricatti che la mettono costantemente alla prova. E lo fa rompendo ogni recinto e plasmando la società che la circonda».
A fine visione si può affermare che l’ambizione della Golino si è concretizzata in una serie di alto livello artistico e tecnico, davanti alla quale come spettatori e spettatrici non si può e non si deve rimanere indifferenti. Anzi, è uno spunto importante per riflettere su quale sia la nostra condizione personale, sociale, professionale. «Volevo la vita»
Maria Lucia Tangorra









