Home Speciali Serie TV Portobello

Portobello

207
0
VOTO: 10

«Il teatro dell’assurdo» 

I cartelli iniziali offrono notizie su Portobello, Nuova Camorra Organizzata (NCO), Giovanni Pandico ed Enzo Tortora. Questa visione entra ancora più in mente grazie al suono effetto metronomo che sfuma entrando nel dietro le quinte del programma condotto dal nostro protagonista, quando la macchina da presa inquadra tra gli scaffali le maschere di Pulcinella (che tornerà man mano che prende corpo ciò che era sotto gli occhi) insieme a diverse parrucche su teste di manichino fino al celebre pappagallo ospite dello show. Un tic-tac che tornerà in momenti specifici della serie diretta da Marco Bellocchio, che ancora una volta dimostra sin dai primi minuti la cifra del suo sguardo. Questo segnale acustico che scandisce il tempo musicale, reinterpretato da Teho Teardo (ha curato le musiche), in questo caso scandisce il tempo della narrazione e assumerà anche un significante. Proprio come si fa prima di andare in scena, con sua sorella Anna (Barbora Bobulova), la storica assistente Gigliola Barbieri (Federica Fracassi), l’assistente di studio (Francesco Russo) si prendono per mano e dicono: merda, merda merda. Milano 1 luglio 1977 «Signori e signori buonasera e benvenuti alla sesta puntata di Portobello», dice il capitano di questa nave (Fabrizio Gifuni) entrando a contatto con milioni di italiani, in convento, nel salotto di casa, nei circoli degli anziani, mentre fanno i custodi o cenando nella propria cella in carcere. Ed è questo il momento in cui entra in scena Pandico, detto ’o Pazzo, nell’interpretazione impeccabile di Lino Musella (dall’espressività in volto a timbro e tono di voce). A condividere quel piccolo spazio c’è Domenico Barbaro (Alessio Praticò, degno di nota anche nel sesto episodio), legato all’Ndrangheta, ma il suo nome compare nel caso Tortora per un carteggio con la redazione di Portobello, relativo all’invio di centrini poi smarriti e risarciti dalla Rai.
La vita quotidiana si intreccia con la storia, gli ascolti aumentano vertiginosamente, il terremoto dell’Irpinia del 1980 rompe gli equilibri già fragili della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (Gianfranco Gallo). E mentre da un lato il conduttore genovese, tramite la trasmissione, raccoglieva fondi per i terremotati, dall’altro Pandico, lasciato solo e spaventato dalle morti nel clan, decide di parlare coi giudici definendosi un dissociato («colui che dà via tutto quello che tiene») non un pentito. Di fronte alla visione di un’agendina in cui sembra che ci sia scritto Enzo Tortora e sotto un numero, questi conferma che c’è anche lui. L’uomo re della tv degli anni ’80 e nominato Commendatore della Repubblica dal Presidente Sandro Pertini secondo questa accusa faceva parte della NCO. Il 17 giugno 1983 nel cuore della notte i carabinieri bussano alla sua stanza d’albergo e Tortora, conscio di essere «irrimediabilmente innocente», pensa a un errore. Da qui comincia l’odissea, con un malore in caserma mentre nessuno gli comunica i capi di imputazione e l’impasto ai media – tutti prontamente avvisati, compresa la Rai, la prima ad arrivare – che da quella porta sarebbe uscito per andare al Regina Coeli. L’uomo – personaggio pubblico mostra i polsi ammanettati davanti a quegli obiettivi e dice poche ma pe(n)sa(n)ti parole. Alla sceneggiatura, scritta dallo stesso Bellocchio insieme a Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non sfugge nulla nel mettere in scena «il teatro dell’assurdo» come lo definisce lo stesso Tortora. Concetto avvalorato dalla riflessione dell’avvocato che lo segue sin dall’inizio, Raffaele Della Valle (Davide Mancini ne rende la solidità, alzando i toni nei momenti opportuni): «quello che è assolutamente evidente per noi, per loro non lo è». Lo spettatore empatizza con l’uomo che si ritrova in una cella carceraria insieme ad altri che lo accolgono (dal militante rivoluzionario al ragazzo che lo ha ammirato sul piccolo schermo). Gli occhi di Tortora/Gifuni sono ora spaesati ora spenti, sembra che trattengano lacrime amare in virtù della dignità.
In un progetto così denso come Portobello sono tante le scene che rimangono impresse, tra queste inseriamo quella in cui Enzo cammina con Ugo (Pier Giorgio Bellocchio) durante l’ora d’aria, con corpo e viso segnati da ciò che sta attraversando. «Nei suoi occhi c’è la vita, c’è l’amore/Nel suo corpo c’è la febbre del dolore» (da “Jesahel” dei Delirium). E sembra di essere lì in ogni momento durante il processo in aula, dove all’avv. Della Valle viene affiancato Alberto Dall’Ora (Paolo Pierobon ancora una volta impeccabile), sia quando c’è l’imputato e forse ancor più vivendolo con lui a casa, circondato dalle persone care, comprese le figlie Silvia (Carlotta Gamba) e Gaia (Giada Fortini) e la compagna Francesca Scopelliti (Romana Maggiora Vergano). Tutto viene rappresentato con un’attenzione documentaristica, fortissimi i confronti in particolare durante il processo d’appello a fare da contraltare agli interrogatori ‘farsa’ del primo processo, conclusosi con l’arringa del pubblico ministero Diego Marmo (Fausto Russo Alesi gli conferisce una veemenza che tocca volutamente punte di ridicolo così da smascherarlo agli occhi di chi sa cogliere). Con Buongiorno, notte, Vincere, Bella addormentata, Il traditore, Esterno notte, Rapito il maestro Bellocchio ci ha ben abituati alla sua abilità nell’unire gli eventi accaduti realmente (vedi anche in Portobello le locandine sulla scomparsa di Emanuela Orlandi mentre passa l’auto) a una dimensione intima, con inserti onirici. Anche di Enzo Tortora assistiamo alla rappresentazione degli incubi-proiezioni in cui torna la maschera. Scene a specchio come il topo che attraversa l’aula con una inquadratura in cui il giudice dell’istruttoria Giorgio Fontana (Alessandro Preziosi) pur nella sua altezza, sembra un puntino; nel sesto episodio, in un’aula più piccola e un gatto quasi mansueto, che non taglia la strada al giudice Michele Morello (Salvatore D’Onofrio), colui a cui si deve l’aver cercato la verità, ripartendo dalle carte per far cadere il castello. Ed ecco che torna il Teatro e il riferimento non casuale ad “Amleto” di Shakespeare. In alcuni uomini implicati nel caso Tortora, che dovevano esercitare la legge così come in tanti giornalisti che lo hanno veicolato e tra la gente (comunque più autentica dei sopracitati), è mancato proprio il dubbio, ciò che fa mettere in discussione. «Enzo Tortora è l’Italia di quegli anni, un vincitore, vittima di un inspiegabile errore compiuto da giudici onesti, in buona fede, che combattevano la criminalità, la camorra, rischiando la vita tutti i giorni (a Napoli più di un omicidio al giorno), ma che non vollero vedere, accecati da un’idea missionaria di giustizia, e che, ancora più inspiegabilmente, non vollero riconoscere il proprio errore… La Giustizia Divina che non può sbagliare. Per una serie di coincidenze assurde, di falsi pentimenti Enzo Tortora viene arrestato, processato, condannato e solo alla fine assolto. Dissero certi giornalisti che la via Crucis di Enzo Tortora non fu solo per sfortuna: Enzo Tortora era antipatico a una potente classe intellettuale che vedeva con disprezzo e grande invidia questa sua enorme popolarità, di un liberale che non veniva dal popolo e che era un borghese molto presuntuoso. […] Tortora alla fine viene assolto anche se per ingiustizia morirà. Resta il mistero della cecità di certi giudici oltre ogni umana immaginazione. E la perseveranza nel loro errore» (dalle note di regia).
Fabrizio Gifuni così come è Aldo Moro in Esterno Notte e fa i conti coi fantasmi della nostra storia come lui e Pasolini sul palcoscenico, in Portobello è Enzo Tortora e quando gli si sente pronunciare «riconsegnando il mio corpo alle autorità» si tocca ancor più con mano (semmai ce ne fosse ancora bisogno) del lavoro di adesione ed evocazione che ha compiuto, dando vita a un incontro tra lui e Tortora che si può solo vedere in prima persona. Ogni aggettivo sarebbe riduttivo perché ‘definirebbe’ l’interpretazione e qui c’è un altro tipo di approccio. Vedere Portobello lo si deve a Tortora stesso per (ri)scoprire un re della tv e ancor più l’essere umano che ha scontato la pena di essere diventato Enzo Tortora registrando 28 milioni di spettatori.
Gifuni e Bellocchio sono al quinto progetto insieme includendo Fai bei sogni e il corto Se posso permettermi – Capitolo II realizzato nell’ambito del corso di alta formazione cinematografica Bottega XNL – Fare Cinema” 2023. Un incontro tra sensibilità e sguardi lungimiranti che si completano, con l’onestà intellettuale di chi è consapevole che conoscere i fatti nevralgici che sono accaduti in un passato recente possa farci conoscere meglio il nostro presente. Grazie a progetti come questi acquisiamo degli strumenti e riceviamo degli stimoli nell’interrogarci sull’oggi.
Tornando al metronomo, questo segnale acustico misurato in battiti per minuto: ecco il nostro protagonista soffriva di problemi al cuore, acuiti dal dolore di questa atroce ingiustizia. Quel tic-tac pone l’accento anche sul tempo sottratto alla vita, che non può essere ‘risarcito’ e avrà conseguenze, nonostante l’assoluzione con formula piena.
Una serie, tanto più di questa qualità, è frutto di un lavoro di squadra (casting Maurilio Mangano) per cui ci sembra doveroso citare anche altri componenti del cast artistico, tra cui Irene Maiorino nei panni di Nadia Marzano e Alessandro Fella in quelli di Renato Vallanzasca (poche pose che lasciano il segno) e ancora Massimiliano Rossi (Pasquale Barra, uno dei principali accusatori di Tortora), Giovanni Buselli (Gianni Melluso, detto “il Bello”, è stato uno dei collaboratori di giustizia che sostenne che il presentatore fosse coinvolto nel traffico di droga nei night club milanesi), Gianluca Gobbi (Giuseppe Margutti un pittore e falsario di dipinti che accusò Enzo Tortora di traffico di droga sulla base di un racconto rivelatosi del tutto infondato), Alma Noce (moglie di Melluso), Antonia Truppo (Assunta Catone proprietaria dell’agenda sequestrata nel 1983 e inizialmente indicata come una delle prove a carico di Enzo Tortora), Gianmaria Martini (Andrea Villa, un collaboratore di giustizia che accusa Tortora a procedimento già avviato), Tommaso Ragno (Marco Pannella), Francesca Benedetti (Paola Borboni, grande attrice teatrale italiana, fu la prima ospite che riuscì a far parlare il
pappagallo-mascotte di Portobello). Rilevanti il montaggio di Francesca Calvelli che conferisce grande ritmo, la fotografia di Francesco Di Giacomo e il mix di scenografia (Andrea Castorina), costumi (Daria Calvelli) e trucco (Enrico Iacoponi).
Dopo la presentazione dei primi due episodi alla 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, la serie ha debuttato il 20 febbraio 2026 su HBO Max (viene rilasciato un episodio a settimana), dove sarà disponibile a livello globale esclusi Francia e Germania.
«Molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me. Io sono qui anche per parlare a nome di quelli che parlare non possono e sono troppi», Enzo Tortora riprendendo “Portobello” il 20 febbraio 1987.

Maria Lucia Tangorra

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

tre × cinque =