Un uomo scomparso come il mondo in cui lottava
Il nome di Bruno Breguet oggi dice poco al grande pubblico. Eppure negli anni Settanta e Ottanta è stato drammaticamente protagonista di una serie di eventi che, seppur eclatanti e ancora relativamente vicini nel tempo, sembrano comunque appartenere ad un mondo lontanissimo. Forse è per questo che la sua vita, le sue azioni e infine la sua misteriosa scomparsa, avvenuta nel 1995, necessitano di ulteriori approfondimenti.
Ticinese, fin dai tempi del liceo Breguet ha dimostrato un forte interesse nei confronti della causa del popolo palestinese, probabilmente spinto dal notevole fermento politico che si respirava in tutta Europa e nel mondo alla fine degli anni Sessanta. Pur non avendo alle spalle una famiglia di sinistra, le sue idee si radicalizzarono rapidamente, spingendolo ad entrare in azione e finendo, giovanissimo, con il trasportare esplosivi per un attentato da condurre a Tel Aviv. Venne immediatamente scoperto e arrestato, diventando il primo europeo detenuto in Israele per attività terroristica propalestinese. Condannato a quindici anni di carcere, ne scontò solo sette prima di essere graziato, in seguito a numerose pressioni internazionali, ed espulso nel 1977 per fare ritorno in Svizzera.
Da qui prende le mosse l’interessante documentario di Olmo Cerri, videomaker elvetico che, con l’occasione, decide di rintracciare i vecchi compagni di lotta di Breguet e di andare con loro nei luoghi che hanno segnato le tappe più significative per colui il quale, ancora oggi, viene identificato come un terrorista. E’ significativo notare come, nonostante l’indiscutibile tatto, delicatezza e discrezione con cui Cerri conduce la sua attenta ricerca, la famiglia Breguet non abbia voluto in alcun modo partecipare alla realizzazione del film.
Danno dunque il loro contributo Claudia Ribi, che addirittura presentò a Bruno la sua prima compagna (una tedesca da cui ebbe il figlio Paul), Gianluigi Galli, Theo Mossi e poi anche Giorgio Bellini e Marina Berta (questi ultimi arrestati anch’essi negli anni Novanta, e poi scagionati, proprio per via dei rapporti intrattenuti con Breguet). Dai loro ricordi, dai loro racconti, emerge una figura riservata ma inquieta, incapace di rimanere a guardare mentre nel mondo venivano condotte ingiustizie e sopraffazioni, soprattutto da parte degli stati capitalisti.
Egli scrisse il famoso libro “La scuola dell’odio”, resoconto dei terribili anni passati nelle prigioni israeliani, dove venne sottoposto a torture e abusi, che è anche un manifesto politico e ne testimonia la rabbia profonda e il risentimento che ancora albergavano nel suo animo.
È chiaro che un uomo così non poteva non attrarre l’attenzione delle autorità, tanto che Cerri si reca a Berna per consultare gli archivi dei servizi segreti, un milione di dossier che vennero illegalmente confezionati fino alla fine degli anni Ottanta, contenenti informazioni su ognuno dei cittadini spiati. È anche grazie a questi elementi che viene ricostruito un punto di svolta fondamentale per Breguet, ovvero l’incontro con il terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, meglio noto come “Carlos lo sciacallo”, che gli fece intraprendere definitivamente la strada della lotta armata, una scelta estremista che, naturalmente, lo allontanò dai suoi amici e compagni storici. È proprio assieme alla moglie di Carlos, Magdalena Kopp, che nel 1985 egli viene arrestato per la seconda volta, stavolta a Parigi. Sorpresi in un parcheggio, in possesso di esplosivi e di un timer, pare che Bruno abbia anche cercato di fare fuoco con una pistola contro gli agenti francesi che li scoprirono. Le accuse furono pesantissime e solo l’intervento del discusso avvocato Jacques Vergès, in contatto con ambienti finanziari neonazisti, permise di far decadere l’accusa di tentato omicidio e di comminare una pena molto più mite del previsto.
Ma gli anni Ottanta volgevano al termine, il Muro di Berlino cadeva assieme a quel sistema di valori, di schieramenti e di alleanze con cui si era combattuta la Guerra Fredda. Dalle malinconiche testimonianze dei suoi vecchi amici, emerge l’immagine di un uomo che si era reso conto di essere rimasto solo, di non avere più punti di riferimento e, forse, di aver combattuto una vita senza ottenere nulla. Con la seconda moglie (da cui ebbe la figlia Shola), si ritirò a vivere in Grecia e, stando a quanto afferma lo specialista di storia dell’intelligence Adrian Hänni, anche lui intervistato da Cerri, Bruno avrebbe cominciato dal 1991 a collaborare con la Cia, seppure in modo riluttante, pur di cercare una via d’uscita dal gruppo di Carlos e di riavere indietro quantomeno un’esistenza normale. Non è chiaro se l’agente che negli archivi americani è indicato col nome in codice “Fdbonus/1” fosse realmente Breguet (Hänni ne è convinto) ma quel che è certo è che “lo sciacallo” viene infine arrestato nel 1994 dalle autorità francesi. E nel giro di un anno, Bruno Breguet scompare nel nulla: si dirige su un traghetto in Italia, assieme alla sua famiglia, ma giunto ad Ancona non gli viene concesso di sbarcare e il suo passaporto viene ritirato. Costretto a tornare indietro, all’arrivo nei porti ellenici di lui non c’è più traccia. Il fratello Ernesto, che negli anni si è speso moltissimo per scoprire la verità, è convinto che sia stato rapito dai servizi segreti d’Oltralpe appoggiati dagli agenti greci. Secondo il padre, Bruno si sarebbe invece gettato in mare pur di non affrontare per l’ennesima volta il carcere. Per altri, sarebbero stati i sodali di Carlos ad ucciderlo per vendicare le sue delazioni alla Cia.
Probabilmente non scopriremo mai cosa sia realmente accaduto su quel traghetto e non sentiremo più parlare di Bruno Breguet, svanito insieme ad un mondo che delle ideologie faceva un punto fermo, che si esprimeva con attentati, dirottamenti, bombe e che si muoveva all’ombra di complesse trame politiche in uno scenario fortemente polarizzato. La riflessione portata avanti da Cerri ne La scomparsa di Bruno Beguet, film presentato di recente anche in Italia grazie alla 14esima edizione di Cinema Svizzero a Venezia, è di quelle amare, soprattutto alla luce della caotica situazione contemporanea in cui gli interessi colossali delle multinazionali hanno gettato il mondo in uno stato di conflitto endemico: pur essendo uno un pacifista, e rifiutando con decisione il concetto di lotta armata, quanto è comodo professarsi contro la violenza quando questa non incide direttamente sulla nostra vita?
Massimo Brigandì









