It: capitolo due

0
6.5 Awesome
  • voto 6.5

La meccanica della paura

Ogniqualvolta Stephen King compare in un’opera cinematografica tratta da un suo testo, significa ovviamente che la stessa ha ottenuto la sua “benedizione”. E in questo It: capitolo due, Il Re del Maine fa il suo gustoso cameo nei panni di un attempato negoziante di oggettistica usata, il quale rivende a caro prezzo ad un Bill ormai adulto la bici che gli era appartenuta da adolescente. Una garanzia di qualità fornita al lungometraggio, insomma? Non necessariamente. O almeno solo in parte. Certamente il fatto che King abbia speso parole di apprezzamento per questo sequel ne attesta la fedeltà di fondo al testo ispiratore. Tuttavia non si può fare a meno di sottolineare come le opere più riuscite tra le ormai infinite tratte da romanzi e racconti kinghiani siano quelle che ne hanno rielaborato scientemente i punti cardine. A partire dal tanto vituperato – da King stesso, in quasi totale solitudine – Shining (1980) di sua maestà Stanley Kubrick, fino a Carrie – Lo sguardo di Satana (1976) di Brian De Palma e La zona morta (1983) di David Cronenberg, solo per citare qualche altro titolo.
Se dunque la prima parte di It poteva considerarsi una riuscita introduzione allo scontro finale tra gli esponenti del cosiddetto “Club dei Perdenti”, ormai adulti, e la diabolica incarnazione delle loro più recondite paure Pennywise, nel presente It: capitolo due vengono fuori in maniera cristallina pregi e difetti di un film per il quale si potrebbe coniare una categoria ad hoc: il “fan-movie”. Cioè una forma di intrattenimento cinematografico anche piuttosto riuscito, ma nato per soddisfare le attese sia delle legioni di ammiratori – compresi quelli di una certa età – del romanzo vergato da King, sia di quel pubblico di riferimento che oggigiorno affolla le sale di tutto il mondo, in prevalenza adolescenziale o comunque giovanile proteso all’adorazione di nuovi eroi. Conseguente effetto collaterale di tale operazione, evidentemente ben studiata a tavolino al pari di qualsiasi altro progetto di marketing, è la pressoché totale assenza di una spontanea pulsione di sano terrore. La figura di Pennywise risulta perfettamente sovrapponibile a quella di un Freddy Krueger di “secondo livello”, quello cioè che a partire dal terzo capitolo della saga Nightmare sopperiva alla carenza di paura originaria con la spettacolarità delle eliminazioni fisiche nei confronti degli sfortunati giovani protagonisti. Nel Chapter Two accade lo stesso: la regia barocca e visionaria di Andy Muschietti – come ovvio regista pure del capitolo uno – si mette a disciplinato servizio di una interminabile sarabanda di sequenze in cui la computer graphic gioca un ruolo di primo piano, a definitivo scapito di un approfondimento psicologico credibile dei vari personaggi, villain compreso. L’empatia verso questi ultimi cede così il posto allo stupore (relativo, visto che siamo nel 2019…) nei confronti dell’arte affabulatoria per immagini, con il condimento di qualche mirato jump scare inserito dallo script di quel Gary Dauberman già responsabile delle sceneggiature della, tutt’altro che trascendentale dal punto di vista qualitativo, saga di Annabelle. Così l’orrore autentico che dovrebbe scaturire dalla presenza del “mostro”, efficacemente immanente nel testo kinghiano e sin troppo esplicitata nel film, si ferma ai prologhi dei due capitoli: la feroce uccisione del fratellino di Bill risucchiato nello scolo del marciapiede del primo capitolo ed il pestaggio con relativo getto nel fiume di Derry da parte del ragazzo gay (interpretato non certo a caso dal regista e attore Xavier Dolan), poi finito dalle limacciose acque fluviali direttamente tra le ancora più minacciose braccia di Pennywise. Schegge di angoscia che rappresentano quasi corpi estranei, nell’ambito di un lungometraggio dove ironia non brillantissima e afflato nostalgico dal fluire non del tutto spontaneo regnano incontrastati.
Resta allora, tirando una simbolica riga su una coppia di film da considerare ovviamente un corpo unico, un’aderenza filologica al testo kinghiano capace di non deludere chi sostiene la straordinaria bellezza del romanzo. A cui si accoda un apparato tecnico di prim’ordine dove regia, effettistica e interpretazioni (tra gli adulti ottimi la sempre notevole Jessica Chastain, Bill Hader e James McAvoy, un gradino sotto gli altri) assolvono al meglio il loro compito formale. Risultano però in totale contumacia il cuore pulsante, il sangue, le viscere di un’opera troppo levigata per scrivere quella pagina indimenticabile nell’ambito dell’horror che pure poteva essere un obiettivo alla portata. Ma forse il momento, riguardo il cinema di genere, non era quello giusto. E, dal punto di vista delle produzioni mainstream, temiamo non lo sarà mai più, una volta assodati i ben precisi paletti fissati a monte della preparazione di un progetto come It e tanti, troppi, altri.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

undici − 6 =