Un reboot in crisi di identità
“Il film più spaventoso di tutti i tempi” — o ancora — “Un’esperienza traumatizzante da cui non riuscirete più a riprendervi”: non è un segreto che citazioni di questo tipo siano solite monopolizzare le campagne pubblicitarie che ruotano attorno alle uscite horror più attese. Un rituale prevedibile, che sembra suggerire come la qualità di questi prodotti sia da ricercare unicamente nella loro capacità di privarci del sonno per qualche giorno, e che è spesso oggetto di ironia tra gli stessi cultori del genere. Eppure la carne cinefila è debole, soprattutto se viene irretita dalla promessa — per quanto infida — di un blockbuster realmente spaventoso, in un periodo storico dominato dalla “fear of missing out” (per gli amici FOMO). A quel punto, affrontare la visione con spavalderia diventa una sfida irrinunciabile, confermando l’efficacia delle recensioni-iperbole nel portare la gente in sala, oltre che nel creare, collateralmente, un disservizio ai titoli indipendenti che lavorano più di atmosfere che di jumpscares scadenti.
Ed ecco che, puntualmente, la storia si ripete anche questa settimana: sulla scia del successo de La casa – Il risveglio del male, lo sceneggiatore e regista Lee Cronin si confronta con una delle storie di culto più iconiche di sempre, firmando una rilettura — a sua detta audace — de La Mummia, con l’obiettivo di addentrarsi nelle inesplorate radici oscure del soggetto. Lee Cronin – La Mummia: il titolo è tanto scontato quanto bizzarro per un reboot che fallisce sia nel ricreare le atmosfere che hanno consolidato l’omonimo predecessore nell’immaginario collettivo, sia nel rinnovare la formula dei più convenzionali binari narrativi del genere per donare nuova linfa alla saga. Più che sguazzare nell’eredità de La Mummia, l’ultima fatica autoriale di Cronin si materializza nel cupo spazio liminale a cavallo tra i segreti del folklore egizio e L’Esorcista, facendo sorgere il dubbio che l’accostamento forzato al classico action/fantasy sia puramente celebrativo e burocratico, dettato dal desiderio di crogiolarsi nel proprio entusiasmo e da necessità di copyright. Un rimando che risulta particolarmente superfluo in presenza di un cineasta che ha già dimostrato di saper far fruttare i propri sforzi al botteghino.
Tutto ha inizio quando la figlia di un giornalista, Jack Cannon, stanziato al Cairo in attesa di trasferimento, scompare nel deserto senza lasciare traccia. Il film concede otto anni di tempo alla famiglia della bambina per raccogliere i pezzi, per poi puntualmente sconvolgerla nuovamente con il suo improvviso ritrovamento in un sarcofago, ancora miracolosamente viva. A questo punto è forse superfluo specificare che quello che dovrebbe essere un ricongiungimento gioioso si trasforma progressivamente in un incubo per tutti i coinvolti, inclusa la detective incaricata del caso. In quanto operazione che mira — per ammissione dello stesso regista — a destabilizzare lo spettatore, La Mummia di Lee Cronin delude le aspettative sotto un ulteriore punto di vista: nonostante un ammirevole feticcio per il gore più ispirato, la sua decostruzione di un nucleo familiare in cui si è infiltrato il male risulta insipida e letargica. L’esempio più lampante è il modo in cui è stata male utilizzata Laia Costa, l’addolorata (ed equamente sotto-sceneggiata) madre della non-vittima, che per gran parte del film si limita ad ignorare testardamente le “criticità” della figlia, abbagliata dall’istinto materno. Il suo unico contributo alla narrazione è scatenare una lite superflua con il marito, a cui è invece affidata la totalità dell’azione investigativa. Nonostante questo, sarebbe comprensibile se qualcuno decidesse di fiondarsi in sala unicamente per la presenza dell’attrice, visto che ogni sua espressione facciale risulta intrinsecamente credibile e struggente. Laia Costa si era fatta conoscere per l’acclamato Victoria, opera interamente girata in piano sequenza (al terzo tentativo!) e parzialmente improvvisata dal cast, che ironicamente — anche se in realtà c’è poco da ridere — condivide con La Mummia di Lee Cronin una durata superiore a 130 minuti. Peccato, perché l’intento era nobile.
Il trauma dell’essere genitori, la determinazione di non soccombere alla disperazione per il bene della famiglia, la diffidenza che nasce in presenza dei conflitti e che incrina i rapporti: sono gli ingredienti della miscela sospesa tra il realismo di un dramma familiare e gli elementi soprannaturali di un monster movie che Cronin sperava probabilmente di confezionare, e per cui si sarebbe ispirato a Poltergeist. Ma è pur sempre tutta teoria; se infatti nella prima parte il film tratteggia con successo un caloroso ecosistema familiare, ponendo le basi per un climax dalla posta in gioco considerevole, tutto fa in tempo a decomporsi nel corso di una seconda parte dilatata e priva di qualsivoglia emozione o sorpresa.
Soddisfacente il comparto tecnico, di cui si fanno emblema i tanto discussi diottri a campo diviso e gli effetti pratici funzionalmente ripugnanti. Su questo punto le entusiaste reazioni sui social non hanno mentito, e ritrovano parte della loro credibilità: Lee Cronin ha effettivamente in serbo per noi una moltitudine di scenari fuori di testa, che soddisferanno lo spettatore in termini direttamente proporzionali alla sua necessità di veder scorrere il sangue in modi poco convenzionali. A volte la tensione nasce dai silenzi, ma è altrettanto importante sapere quando è il momento di colpire dritto in faccia con un’immagine tanto forte da imprimersi nella mente; questo Lee Cronin lo sa bene, e la sua mummia trova occasionalmente il guizzo necessario a incrementare il battito cardiaco per la sola virtù dell’immagine. Non fosse tutto diluito nella durata assolutamente ingiustificabile di oltre due ore, si sarebbe potuto pensare di sorvolare su alcune delle sue mancanze, analizzando il film attraverso una lente di puro intrattenimento.
In definitiva, in un panorama contemporaneo dove orizzonti simili sono stati già esplorati dai fratelli Philippou, il consiglio potrebbe essere quello di affidarsi al loro recente Bring Her Back per soddisfare la necessità di assistere allo spettacolo estremamente specifico di “bambini rapiti che si confrontano con trucchi prostetici e masticano cose che non dovrebbero masticare nel modo più disgustoso possibile”. Per i meno esigenti, o per chi è ancora irrimediabilmente curioso, basterà invece essere consapevoli di ciò a cui si va incontro: potreste non rimanerne (troppo) delusi.
Alessio Vinciguerra









