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Whistle – Il richiamo della morte

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VOTO: 5

Le suggestioni di un Final Destination che cita Nightmare

Il regista britannico Corin Hardy, già salito agli onori della ribalta con il film horror The Nun – La vocazione del male del 2018, non certo per il clamore positivo con cui è stato accolto, bensì per la scia di commenti negativi che ha lasciato dietro di sé, tutti peraltro meritati, ritorna con un nuovo lungometraggio.
Whistle – Il richiamo della morte è la sua nuova creatura horror, da lui diretta, con l’ausilio dei produttori di La casa – Il risveglio del male, e Longlegs, e arriva al cinema con Midnight Factory dal 19 febbraio 2026.
Se nel precedente e già citato The Nun, spin-off della famosa saga The Conjuring, ispirata ai controversi Ed e Lorraine Warren, demonologi e ricercatori del paranormale, vi era un’antica reliquia cristiana al centro della trama, nell’odierna messinscena di Corin Hardy siamo in presenza di un manufatto risalente al periodo azteco. Quest’oggetto, una sorta di fischietto, capace di evocare la nera mietitrice, ha la funzione di accompagnare nell’aldilà le anime delle vittime a lei sacrificate.
Il contesto del film è quello di un liceo americano, in cui sei adolescenti saranno coinvolti in una corsa contro un destino esiziale dopo aver soffiato nell’oggetto maledetto, che ha la forma di un teschio nero, e che in passato ha già mietuto le sue vittime.
Quindi, cosa sarebbe potuto andare storto?
La domanda retorica è d’uopo poiché i giovani, invece di osservare un vademecum di azioni da evitare, infrangono le regole, portando in scena scelte che li vedranno soccombere e che, in questo caso in particolare, rievocano appieno la struttura narrativa di Final Destination.
I protagonisti, capitanati da Chrys Willet, alias Dafne Keen, dovranno cercare di fermare la morte che li insegue, e che li ucciderà prematuramente nel modo in cui invece sarebbero dovuti soccombere, ognuno nell’ora che era prevista dal proprio destino.
Le buone premesse, legate alle caratteristiche dell’adolescenza, alle sue paure, come avveniva anche in Talk to me, aggiungendo la scoperta del proprio orientamento omosessuale di Chrys, le fragilità esacerbate da un ambiente ostile, che vede soprattutto in lei l’outsider che non viene accettata, ci sarebbero tutte. E questo rappresenterebbe l’humus letterario ideale, da cui partire, poiché sembrano ben sfaccettate le peculiarità dei ragazzi, fino a quando i protagonisti si troveranno a confronto con la morte. Quell’istante fatale diventa l’occasione seppur forzata di crescere, in quello che può anche essere interpretato come un racconto di formazione.
Il non avere il tempo necessario per diventare grandi, li obbliga a compiere delle scelte determinanti, che li proietta su chi e che cosa vorranno essere da adulti.
La paura è il sentimento che li attanaglia, e la morte è l’incubo che qualsiasi adolescente non dovrebbe avere.
A proposito di incubi, il film evoca suggestioni e citazioni evidenti, anche con la saga di Nightmare, creata dal genio di Wes Craven.
Un paio di scene omicidiarie in particolare, e per quanto concerne la colonna sonora Hardy ripesca il brano Back to the Wall dei Divinyls, presente nel quarto capitolo del franchise con Freddy Krueger, incarnato dall’iconico Robert Englund.
Un vero e proprio omaggio, invece, è legato a uno degli insegnanti del liceo, Mr. Craven, incarnato da Nick Frost, noto per L’alba dei morti dementi, e a Wes ovunque si trovi devono essergli fischiate le orecchie.
Al netto di cose interessanti nella creatura di Corin Hardy, sceneggiata da Owen Egerton, balzano agli occhi anche i difetti, come la pessima CGI legata alle scene delle morti di alcuni dei protagonisti. La cittadina in cui è ambientata la vicenda inoltre appare quasi deserta, come anche le classi vuote del liceo, in cui gli unici alunni sembrano essere i sei adolescenti, più il professor Craven e un operatore scolastico.
Le scenografie sono ridotte all’osso, e si percepisce una sensazione che tutto sia troppo finto. Il film è quindi mediocre soprattutto a livello visivo, e anche gli effetti digitali non reggono il confronto con quelli prostetici dei B-movie d’antan, che rendevano molto di più sullo schermo, sia a livello artistico che d’impatto scenico.
Whistle – Il richiamo della morte rievoca quindi saghe che hanno una foltissima schiera di appassionati, e può essere assimilato anche ad una sorta di slasher soprannaturale. Per quanto riguarda il look di Chrys, si ha la percezione di vedere la classica dark emarginata con uno stile alla Lydia Deetz, alias Winona Ryder in Beetlejuice – Spiritello porcello di Tim Burton. Il film del cineasta britannico nonostante provi ad immergersi in una rievocazione degli anni ottanta, e a una costruzione narrativa alla Final Destination, oltre a insinuare elementi interessanti rivolti ad un racconto di formazione, non può contare però nemmeno su uno script originale. Il lungometraggio non riesce a infondere inquietudine né la giusta atmosfera horror, e la tensione latita; la produzione preferisce invece gettarsi a capofitto nell’uso esagerato di una pessima e troppo presente CGI, che sta diventando sempre più una cattiva abitudine in gran parte del cinema odierno. Il finale inoltre, collocato durante i titoli di coda, è molto scontato e abusato, anche nel modo di insinuare un possibile sequel

Fabrizio Battisti

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