Il cinema di Jim Jarmusch (4)

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Jim Jarmusch, paura e desiderio

Il cinema di Jim Jarmusch ha sempre visto protagoniste creature solitarie, che non comprendono la realtà che li circonda e tendono, più o meno disperatamente, ad adeguarsi ad essa. Nella seconda parte di carriera del cineasta nativo di Akron – molto probabilmente il secondo cittadino più illustre dopo l’asso del basket LeBron James… – ha affiancato ai suoi personaggi uno stile formale tanto impeccabile quanto alienato e meno immediatamente riconoscibile rispetto al tipico bianco e nero “indie” degli esordi.
Al di là dell’oggetto di culto assoluto Dead Man (1995), a cui abbiamo dedicato un capitolo a parte del nostro speciale, un titolo straordinariamente esemplificativo di questa tendenza è Broken Flowers (2005), opera capace di intercettare lo smarrimento scaturito dall’avvento del nuovo millennio – ovviamente con tutte le conseguenze che esso si è trascinato dietro – come pochissime altre. Solitudine per scelta o per destino. Eterna condanna ad essere scambiati per qualcun altro, ribadendo ad ogni situazione possibile il proprio ruolo di illustre signor nessuno. Un immenso Bill Murray è Don Johnston, quasi omonimo della star del serial Miami Vice. La dimostrazione di come una semplice T riesca a fare, beffardamente, tutta la differenza del mondo nella vita di un uomo. Il microcosmo disegnato da Jarmusch pare da placida cartolina (complice la straordinaria fotografia del grande Frederick Elmes), ma la realtà delle cose racconta altro. Una fantomatica lettera rosa (appunto), inviata a Don da una sua ex rimasta anonima in cui la donna gli annuncia una sua paternità nascosta nel passato, scatena la conclamazione di una crisi personale in stato latente. Solo uno scherzo? Il dubbio permane. Tuttavia la ricerca della presunta madre del proprio figlio diventa occasione di bilancio esistenziale e, forse, comprensione di qualcosa di più a proposito di se stessi. Poiché Don, caustico e solipsistico, si è irrimediabilmente tagliato fuori da un mondo – soprattutto femminile – per lui del tutto incomprensibile, al di là della mera attrazione fisica. Jarmusch non si fa cantore della solita litania sulla mancanza di valori dell’opulento mondo occidentale. Il benestante Don, semplicemente, è fuori sincrono rispetto al resto del quadro narrativo. Chi sia a stonare è poi demandato al giudizio dello spettatore, “costretto” ad entrare in una zona di vuoto che solo lui può riempire. Il grande pregio di Broken Flowers e del cinema di Jarmusch in generale consiste proprio nell’assenza totale di un giudizio calato dall’alto su fatti e situazioni. Senza contare la sopraffina capacità di metabolizzare e mettere in scena malesseri e contraddizioni dell’essere umano contemporaneo, “spersonalizzato” in cerca di (impossibile?) redenzione.
Anche il successivo – realizzato ben quattro anni dopo Broken Flowers, cioè nel 2009 – The Limits of Control racconta una storia per certi versi simile, inserita però in un contesto di genere del tutto differente. Pare un film appartenente ai bei tempi andati, The Limits of Control: quando il cinema era ancora strumento di ricerca, sperimentazione e non certezza aprioristica di messaggio e/o incassi. Jarmusch confeziona dunque un atipico thriller privo di autentica suspense, come qualche decennio prima avrebbe potuto girarlo un certo Jean-Luc Godard. Nessuna certezza narrativa. C’è un crimine da compiere (forse) in un’atmosfera di perenne complotto e paranoia diffusa, assai tipica dei tempi che viviamo, che potrebbe però essere figlia dello stato mentale del protagonista. Il quale è di colore, interpretato dall’attore Isaach De Bankolé. Il cui nome, nel film, è guarda caso The Lone Man, cioè il solitario. Anche The Limits of Control è un’opera che riassume in pieno la filosofia, cinematografica e conseguentemente esistenziale, di Jim Jarmusch: la vita è un inganno e nessuno potrà mai considerarsi del tutto padrona di essa, sia esso/a ricco o povero, bianco o di differente pigmentazione epidermica, intellettuale o ignorante. The Lone Man viaggia molto, attraversa paesi ma il senso ultimo del percorso intrapreso continua a sfuggire, quasi che il cinema rarefatto di Michelangelo Antonioni (nello specifico Professione reporter, apertamente evocato) avesse d’improvviso deciso di sporcarsi, quel tanto che basta, le mani con il cinema di genere. La fascinazione estrema di The Limits of Control risiede proprio nella impossibilità di comprensione, poiché lo spettatore si identifica in maniera totale con lo sguardo del personaggio principale. Salvo poi scoprire che, ovviamente, non c’è nulla di misterioso da decifrare e in fondo il bello della vita risiede proprio nell’inseguire qualcosa di apparentemente irraggiungibile che magari si trova giusto dietro l’angolo, invisibile al nostro sguardo diversamente orientato.
La totale percezione di estraneità è ben presente anche nell’ultima opera di finzione di Jarmusch, quel Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive, 2013) andato incontro a variegati fraintendimenti critici. Rilettura molto personale, algida e intellettuale del mito del vampiro il film è stato accusato di astrarre in modo eccessivo il genere d’appartenenza. Cosa senz’altro rispondente al vero, poiché tipica dei grandi autori. Nello specifico Jarmusch gioca filosoficamente con il concetto di Tempo. Il resto del mondo invecchia, deperisce, degrada – soprattutto in senso morale – mentre i vampiri rimangono perennemente della medesima età, dello stesso aspetto fisico. Custodi di un senso estetico di cui si sono perse le tracce. Da molto, troppo tempo, appunto. Parecchio dialogato, Solo gli amanti sopravvivono nasconde l’emozione, positiva o negativa che sia, nei dettagli: in un gesto, una parola, un oggetto. Una sorta di caccia al tesoro labirintica molto frequente del cinema di Jarmusch, in cui l’approdo finale – ovviamente “sconosciuto” – può essere tanto spiacevole quanto catartico. Come, del resto, lo stesso futuro dell’umanità, “condannata” a mutare forma, adattandosi, per riuscire a sopravvivere.
Compiendo un breve salto a ritroso nel tempo, nella filmografia di Jarmusch, pure le chiacchiere continue, estenuate di Coffee and Cigarettes (2003) paiono non condurre a nulla, sterile esercizio sull’orlo di un vuoto esistenziale che Jarmusch simbolizza attraverso fiumi di parole e nuvole di tabacco. Tuttavia, ben presto si capisce che le cose non stanno così. In questo lungometraggio antologico – cioè composto da alcuni corti girati dal regista nel corso degli anni, a partire dal 1986 – già l’atto stesso di sedersi ad un tavolino per parlare e fumare, diviene azione portatrice di un senso capace di andare ben oltre le apparenze. Confrontarsi, comunicare. O magari non riuscirci, ma dopo averci provato. Coffee and Cigarettes riassume, in chiave apparentemente minimalista, la concezione stessa di appartenenza al consorzio umano. E pazienza se il senso compiuto continua, imperterrito, a sfuggire, al pari di un’anguilla impossibile da pescare a mani nude. Nel cinema di Jarmusch – lo abbiamo ormai accertato scrutando con attenzione i suoi film – il singolo gesto diviene assai più importante della somma finale. Anche nel precedente Ghost Dog – Il codice del samurai (1999), opera di fine millennio se ce ne è mai stata una, il personaggio principale – uno strepitoso Forest Whitaker – ricerca una personale nobiltà d’ispirazione nipponica in un ambito degradato e degradante come quello mafioso. La società (globale?) è quella che è, una simil-cloaca a cielo aperto – e il West astratto, in irreversibile decomposizione di Dead Man è illuminante in tal senso – che tende al risucchio. E tuttavia sussiste ancora la possibilità di una scelta: quella di finire la propria esistenza in piedi, piuttosto che continuarla in eterno proni verso qualcuno o qualcosa.
L’uomo di Akron, del resto, racconta da tempo generazioni di uomini e donne votati alla sconfitta non per incapacità propria, ma per l’impossibilità effettiva di raggiungere un qualsiasi risultato in un mondo, piccolo e proprio per questo sineddoche universale, che non prevede un finale positivo nel senso compiuto del termine. Che poi qualcuno riesca ad illuminarci sul significato ultimo e autentico di lieto fine, è ovviamente tutt’altro discorso. Il quale di sicuro non appartiene al cinema, sfaccettato, meditativo e mai conciliatorio, firmato Jim Jarmusch.
Dagli inizi sino ad oggi. E di certo anche domani.

Daniele De Angelis  

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