Zlatan

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5.0 Awesome
  • voto 5

Io sono leggenda

Zlatan Ibrahimović è, senza ombra di dubbio, una figura molto “tele – cinegenica”. Su di lui abbonda il materiale audiovisivo, tra documentari, spettacolari comparsate televisive e molto altro. Nemmeno Leo Messi e Cristiano Ronaldo possono vantare un curriculum nello show business a lui paragonabile. Mancava all’appello il biopic tratto dalla sua autobiografia “Io, Ibra” scritta insieme al giornalista David Lagercrantz. Ed ecco prontamente colmata la lacuna. I Am Zlatan – presentato in anterprima alla Festa del Cinema di Roma 2021 e che in Italia uscirà con il semplice titolo Zlatan – non è quindi un documento realistico in senso stretto, bensì una sorta di docufiction che abbraccia i primi vent’anni, attraverso tre fasi differenti, della vita del campione svedese, ovviamente interpretato da attori diversi ma abbastanza somiglianti all’originale. Affidata la regia allo svedese Jens Sjögren il progetto cinematografico è dunque decollato. E, meglio premetterlo subito, non esattamente al livello della carriera del campione svedese.
I rischi per operazioni di questo tipo sono sempre i medesimi, a maggior ragione quando il materiale di partenza viene partorito dal soggetto/oggetto del lungometraggio. Con lo scorrere degli anni – il campione ne ha appena compiuti la bellezza di quaranta – Zlatan Ibrahimović è diventato icona di cultura popolare, travalicando la dimensione calcistica. Simpatico, generoso, strafottente, guascone, brillante. Sarebbero troppi e spesso contradditori gli aggettivi per definirlo. I Am Zlatan, nella messa in scena, compie però una serie di peccati affatto veniali difficilmente perdonabili. Il primo, il più prevedibile, riguarda la progressiva sfumatura di tutte le zone d’ombra caratteriali del protagonista. Sia il piccolo Zlatan che l’Ibrahimović adolescente o comunque giovane sono descritti più come ribelli in una società pericolosamente tendente all’omologazione che teste calde con comportamenti da deprecare. I suoi proverbiali “colpi di testa” – anche letterali, non in senso calcistico – retrocedono nel film a marachelle di gravità variabile, mentre risulta assolutamente inaccettabile osservare la figura dell’amico procuratore storico, l’ineffabile multimilionario Mino Raiola, raccontata al pari di un educatore e moralizzatore modello dello svedese rampante.
Altro difetto che balza agli occhi è l’incapacità del regista di girare sequenza calcistiche degne di questo nome. Nel film ce ne sono pochissime e tutte assai poco credibili, tanto che bisogna attendere i titoli di coda per rifarsi gli occhi rivedendo una carrellata degli autentici gol firmati da Ibra in carriera. Per il resto si resta molto fedeli alla vulgata popolare sul campione. L’infanzia difficile a tutti i livelli, da emigranti trapiantati in Svezia (padre bosniaco e madre croata). Il divorzio dei genitori e conseguente vita pendolaresca a casa di uno o dell’altro dell’adolescente Ibra. L’affetto verso il fratellino più piccolo. Le difficoltà di inserimento a scuola, il problematico rapporto con i vari allenatori che palesa una certa ritrosia da parte di Ibrahimović, reiterata peraltro nel corso della carriera, a riconoscere l’autorità o la scala gerarchica. Nulla di male, se non fosse che I am Zlatan non coinvolge e non emoziona, evitando anche la più piccola digressione che avrebbe magari fornito nuova linfa ad un copione sin troppo prevedibile.
In tal modo, il tentativo di umanizzare un campione assoluto anche fuori dal rettangolo verde finisce con il cogliere l’obiettivo contrario: realizzare una sorta di santino poco realistico, in cui si riconoscono con molta fatica i difetti, pur noti ed evidenti, dell’uomo mentre si esaltano con poco senso della misura i molti pregi, in una gara poco entusiasmante tra coloro che possono vantarsi di aver creato e concretizzato l’icona Ibra, Raiola su tutti. Un vero peccato, poiché da un progetto indipendente sarebbe potuta scaturire una parabola esistenziale di quelle veramente difficile da dimenticare, in un mondo fedele al tristemente conosciuto motto del mors tua vita mea.

Daniele De Angelis

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