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Un po’ di luce

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VOTO: 8

Tra l’incudine e il martello

L’ironia, quella capacità di sdrammatizzare anche in presenza di circostanze per niente allegre che è così presente nel cinema di Ali Asgari, vedi ad esempio il recente Divine Comedy, in Un po’ di luce (A Bit of Light) pare manifestarsi in modo sotterraneo. Vi scorre come un fiume carsico. Assumendo magari la forma di un beffardo dialogo sull’ipotesi (in seguito suffragata dai fatti) che Trump intendesse davvero usare le maniere forti (ovvero bombardare indiscriminatamente obiettivi militari e civili) con l’Iran o di quel cameo che vede il regista stesso, autoironicamente, nei panni di un personaggio locale ben distante da lui.
Molto probabilmente questo nuovo lungometraggio del talentuoso cineasta non poteva che presentarsi così. Anche perché Ali Asgari si è trovato realmente tra l’incudine e il martello, al momento di concepirlo e di realizzarlo, col ricordo ancora fresco della brutale repressione governativa delle manifestazioni pacifiche svoltesi all’inizio del 2026, da un lato, mentre dall’altro già si profilavano all’orizzonte i vili e devastanti attacchi nazi-sionisti di Stati Uniti e Israele.

Grazie a Teodora Film questa sentita, coraggiosa opera cinematografica, già apprezzata dal pubblico della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2026, sbarca ora nelle sale. Una grande soddisfazione, da parte nostra, vi è stata però nell’assistere alla Sapienza, in un contesto quindi accademico, a una proiezione speciale del film, che oltre all’autore ha visto presenti Gianluca Scarchillo, docente di Studi Giuridici Comparati, e l’analista politica attiva in Italia ma di origine iraniana Shervin Haravi. L’evento ha avuto luogo la mattina del 20 settembre presso il Nuovo Teatro Ateneo. Molte sarebbero le osservazioni di Ali Asgari, che peraltro ha studiato cinema proprio in Italia, da annotare con cura. A partire dai legami coi Maestri del Neorealismo iraniano e con quelli, a noi bene noti, della precedente generazione di cineasti in Iran. Ci fosse stato più tempo a disposizione la sua sarebbe diventata una vera e propria masterclass.
Anche lo spazio di una recensione è limitato, per cui ci limitiamo a riportare la sua illuminante risposta a una domanda del moderatore, che giustamente lo ha voluto interpellare sul senso di continuare a fare cinema in un contesto come quello iraniano, scomodando di fatto il valore politico dei suoi film e della settima arte in genere: “La prima cosa per me è fare film sempre attraverso un approccio più artistico che attivistico. Ma il mio fare cinema non è soltanto fare un film, perché comunque come osservavi prima quando giri qualcosa stai facendo anche un atto di resistenza, essendo circondato da una determinata situazione politica. E allo stesso tempo c’è questo regime che vuole sempre controllare l’espressione artistica. Perciò in questo caso il cinema non è soltanto fare un film, in quanto arte, per me. Ogni volta, nel pensare a quelle persone che dicono che cinema e politica devono essere separate, non credo che ciò abbia un significato reale, soprattutto nel nostro paese. Se qualcuno in Svizzera sta parlando di questa cosa, magari lo accetto, se però qualcuno in Iran lo dice non ha senso, perché viviamo in un paese, l’Iran, dove tutto quello che facciamo diventa un atto politico. Durante la guerra sono state arrestate persone che hanno usato internet, poiché ufficialmente internet era stato disconnesso. Per averlo usato quelle persone sono state imprigionate. Quindi, quando cose così di base diventano un atto politico, come è possibile fare un film senza che diventi un atto politico? Io quando scrivo cerco sempre di non fare qualcosa che sia proprio politico, ma poi quando la sceneggiatura è finita noto che tutto è diventato così. E quindi da regista mi definiscono come uno che parla di queste cose, ma non è qualcosa che io voglia fare sempre, semmai qualcosa che esce fuori dopo e io allora continuo”.

Una valenza politica, quindi, la si può rintracciare anche in questa sua nuova opera cinematografica, accanto però a un profilo umano ed esistenziale decisamente più ampio, A partire dal soggetto stesso. Protagonista di Un po’ di luce è infatti un dottore di Teheran, che, per aver medicato alcuni manifestanti rimasti feriti nel corso di una protesta, è finito sotto il mirino delle autorità. La sua stessa posizione professionale è a rischio e la vita in genere, sempre più controllata, spiata, pare sul punto di trasformarsi in un inferno. Tant’è che, non sentendosela di espatriare come tanti altri, ha preso la lucida, amara e apparentemente inscalfibile decisione di farla finita. Resta “solo” il problema di comunicare questa sua volontà ai propri famigliari, cui comunque è molto legato.
In questa riflessione cinematografica sul suicidio, sulle motivazioni più profonde che possono portare ad esso, come non pensare di rimando all’incipit di una delle pellicole più note del connazionale Abbas Kiarostami, Il sapore della ciliegia, introdotta peraltro da un beffardo aforisma a tema di Emil Cioran? «Senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito».

Ma non è soltanto per questo spunto tematico e narrativo, aggiornato ad oggi, che il film di Ali Asagari dialoga col cinema di simili Maestri. La decisione del dottore protagonista viene sottoposta infatti, sul piano dialettico, a continua revisione, attraverso i successivi incontri con la madre, con fratelli e sorelle, con quei pazienti che hanno ancora qualcosa di importante da chiedergli. Volendo, è un po’ quella vena dialettica e quel pedinamento in strada dei personaggi che abbiamo conosciuto attraverso i capolavori di Panahi, Mohmalbaf e Kiarostami stesso, rivisitati però tramite un’ottica personale, pessimisticamente influenzata dai tempi bui che si stanno ora vivendo ma ancora capace di lampi di ironia e di una tenerezza affiorante, innanzitutto, nei rapporti umani più genuini e non del tutto corrosi dal clima di diffidenza reciproca instaurato dall’alto.
Senza entrare troppo nello specifico della varie peregrinazioni cittadine, vi sono sequenze che anche sotto il profilo stilistico rappresentano cesure e sottolineature importanti. Ne vogliamo isolarne due. La prima è quella parentesi metatetrale, quasi un raddoppiamento dei dilemmi esistenziali del protagonista, in cui la rappresentazione (non scevra di elementi sperimentali e stranianti, come la rottura della quarta parete attraverso il coinvolgimento di singoli spettatori) cui il dottore assiste a teatro, anche per l’ordine in cui vengono ripresi il palco e la platea, finisce per creare sia i presupposti per un’analisi collettiva della vicenda che un momento di introspezione personale.
Il secondo vertice di una narrazione così spesso statica e riflessiva è proprio l’epilogo, coi famigliari del protagonista coinvolti in quelle danze curde, a casa, che mettono i puntini di sospensione sulla sua drammatica decisione, dando inoltre a quel momento di vitalismo e di possibile coesione interna un significato catartico. Nel senso di un’ostinata, benché pacifica resistenza al tetro status quo imposto dal regime.

Stefano Coccia

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