Sulla rotta degli Inti-Illimani
All’insorgere della spietata dittatura militare in Cile, dopo i tragici fatti dell’11 settembre 1973, i rapporti tra la martoriata nazione sudamericana e l’Italia parvero destinati a intensificarsi, in un lasso di tempo anche breve. Principalmente a causa degli esuli. E tra questi è impossibile non citare i leggendari Inti-Illimani, alfieri della musica andina che – scampati al triste destino del talentuoso collega Victor Jara – chiesero asilo politico, ottenendolo, proprio all’Italia. Almeno in parte simile è la vicenda narrata nel lungometraggio di Sergio Castro-San Martín attualmente nelle sale, Il Cileno, introdottoci a fine agosto da una piccola delegazione composta, tra gli altri, dal regista stesso e dalla sceneggiatrice Simona Nobile, venuti a salutare il pubblico in occasione di una proiezione speciale al cinema Tibur di Roma.
Co-prodotto per l’appunto da Italia, Cile e Svizzera, il film si ispira direttamente alla storia di Aldo Marín Piñones, detto “Il Cileno”, e al libro Aldo Marín, Carne de cañón di Juan Cristóbal Guarello, pubblicato nel 2018. Trattasi di una linea narrativa dai forti connotati politici ed esistenziali. L’azione si sviluppa nel 1976. Sullo sfondo il Cile represso e militarizzato del generale Pinochet: in una delle lande più sperdute del paese il giovane Aldo, minatore di cui apprendiamo da subito una notevole competenza nel maneggiare gli esplosivi, in quanto esponente del Partito socialista cileno si vede infine costretto all’esilio, senza per giunta essere del tutto sicuro di cosa accadrà alla compagna e al figlioletto, non ancora in grado di partire. L’arrivo suo e di un connazionale dall’indole alquanto diversa nella Torino degli anni di piombo gli crea sin dall’inizio qualche scompenso. E quel lavoro precario in fabbrica, ottenuto grazie a un intermediario, non servirà ad assicurargli la necessaria stabilità. Importante è in compenso l’incontro con Luciana, dottoressa politicamente impegnata che pratica aborti clandestini, da cui verrà introdotto a un gruppo di insurrezionalisti dai metodi affini a quelli delle BR e di Lotta Continua. Proprio a causa della sua conoscenza degli esplosivi, i militanti di quel gruppo di estrema sinistra cercheranno di convincerlo a preparare con loro alcuni attentati dimostrativi…
Sfuggente, atmosferico, forse un po’ troppo rapsodico in quell’incedere narrativo che procede un po’ “a scossoni”, Il cileno non ha la coerenza narrativa e neanche l’impatto di un’altra opera cinematografica uscita durante l’estate, L’Hangar Rosso di Juan Pablo Sallato, questo sì un capolavoro nel rievocare tutta la crudezza della soffocante, pervasiva e feroce dittatura cilena.
Il Cileno procede altresì a momenti, cumulando intuizioni felici e ritratti un po’ superficiali. Con un taglio, volendo, più “impressionistico”. Assai funzionali in tal senso sono le musiche di Zeno Gabaglia e, soprattutto, la fotografia di Simon Guy Fässler, che prima sa lavorare bene sulle tonalità ocra delle zone brulle e desertiche, in Cile, per restituire poi di Torino un’immagine cupa, opprimente, che ben si lega allo stato d’animo così turbato del protagonista. Altalenante è invece il modo di riportare la prassi e il linguaggio sia dei gruppi rivoluzionari che della polizia, con un fare a tratti un po’ ingenuo, cui si alternano fortunatamente passaggi in cui disincanto, critica sociale ed esattezza antropologica escono fuori bene.
Stefano Coccia









