Far East 2020: il mondo di Hirobumi Watanabe

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Un microcosmo in bianco e nero

Ciò che stiamo per dire suonerà forse un po’ eccentrico, ad alcuni lettori. Però corrisponde al vero. Specie in una società che, anche prima del COVID-19 e del conseguente lockdown, ai rapporti nati sui social media o in altri contesti “virtuali” ha cominciato a dare sempre più credito. Nel bene e nel male. Stavolta però è una sensazione positiva, quella che si lega alle nostre affermazioni: il fatto, cioè, che durante questa 22esima edizione del Far East Film Festival rigorosamente in streaming i videomessaggi del cineasta giapponese Hirobumi Watanabe, quelli trasmessi prima di ogni suo film, ce lo hanno fatto sentire particolarmente vicino. Faraway, So Close, citando Wenders e gli U2. In barba alla tristezza di non potersi incontrare di persona a Udine. E questo percepire l’istintivamente simpatico, energico film-maker come un vecchio amico trasferitosi chissà dove, come il corrispondente di qualche testata giornalistica da una realtà distante ma per certi versi familiare, ha costituito una chiave d’accesso aggiuntiva a quell’universo cinematografico, di una semplicità disarmante e comunque mai banale, che ci ha conquistato sin dai primissimi fotogrammi. Un microcosmo in bianco e nero che pare invero racchiudere un intero universo.

Foolish Piggies Films, così si chiama la piccola casa di produzione creata nella città natale di Otawara assieme al fratello Yuji, compositore di colonne sonore. Una vera e propria factory di cinema indipendente, che nel giro di pochi anni ha saputo acquisire un’identità inconfondibile. Con l’emblematica presenza, nel nome scelto per tale produzione cinematografica, di quei robusti suini d’allevamento che possono fare beffardamente da emblema, specie dopo esser stati grandi protagonisti in Cry, uno dei film più “lisergici” tra quelli finora messi in cantiere; prodotti peraltro dalla Foolish Piggies Films, alla ragguardevole media di un titolo all’anno. Anche se poi, vista la passione dell’autore per i Beatles (di cui parleremo più avanti), non ci stupirebbe se il nome in questione celasse anche un criptico omaggio al celebre brano composto da George Harrison!
Nel corso di presentazioni trasformate anch’esse in un piccolo rituale, oltre a citare sornione quel buffo “marchio di fabbrica” da noi già menzionato, Hirobumi Watanabe ci ha abituato pure ad un curioso auspicio, comprensivo di ringraziamenti preventivi per quegli spettatori intenzionati a seguire fino alla fine i suoi film. Da parte nostra non ci siamo fatti pregare più di tanto. Poiché, pur nel prolungato ripetersi di azioni quotidiane, i lungometraggi ora fluviali e ora più asciutti del regista giapponese possiedono una valenza ritmica, un’armonia interna, tali da accompagnare l’ironia intrinseca di certe situazioni con immagini dall’ipnotica e a tratti incontenibile fluidità.

Chissà, magari sarebbe stato più corretto introdurvi le sue opere in base all’anno di realizzazione, adottando perciò un ordine cronologico. Ma alla fine ci è piaciuta maggiormente l’idea di seguire il palinsesto del festival. Ripercorrendo così, come un “diario di viaggio”, quel susseguirsi di scoperte che codesta filmografia selezionata, brillantemente approntata in Friuli con la fondamentale consulenza di Mark Shilling, ha propiziato.
Vai con l’agenda: lunedì 29 giugno è stato il turno di I’m Really Good, che paradossalmente in casa Foolish Piggies Films figura come ”ultimo nato”. Datato 2020, il film di Watanabe in circa un’ora di montato riesce ad entrare nelle vite dei bimbi protagonisti con un felice connubio di stupore infantile e trasognata quotidianità.
Rispetto a questo film di Watanabe si è però già espresso il nostro Daniele De Angelis, attraverso una corposa recensione di cui ci piace riportare alcuni stralci: “Un’opera come I’m Really Good dimostra che, nelle strade infinite del cinema, tutto torna e tutto può essere soggetto a reinvenzione. I pedinamenti neorealistici tanto cari a Cesare Zavattini si mescolano a certo cinema “ad altezza bambino” di Hirokazu Kore-eda, magari con minori pretese autoriali ma con il risultato di fornire uno squarcio di vita impossibile da sottovalutare proprio per l’intrinseca verità che contiene al proprio interno. Tutto sembra improntato alla massima casualità – compresi i momenti di nero sugli stacchi di montaggio – ma non lo è. Il film di Watanabe rappresenta un piccolo trattato filosofico sulla ineluttabilità della crescita, mediante fatti ad una lettura superficiale irrilevanti ma che sommati vanno a costituire il prossimo dna adulto di qualsiasi individuo. […] Nella sua brevità – poco più di un’ora di durata – I’m Really Good possiede l’indubbio merito di favorire un processo universale di immedesimazione, affrontando aspetti capaci di toccare le corde emotive di chiunque conservi il ricordo infantile di un mondo ancora tutto da scoprire. Le distanze da percorrere che sembrano lunghissime a sguardo di bambina, l’amicizia con una coetanea, l’importanza di cercare un dialogo ed un confronto anche con il mondo degli adulti. Il film di Watanabe possiede la purezza di un fiore in fase di sboccio, benissimo supportato da un cast eccellente, capitanato ovviamente dalla piccola Riko Hisatsugu, la quale non a caso mantiene nel film il proprio nome di battesimo. E quando cinema e realtà finiscono con il mischiarsi ad arte, il risultato non può che essere di notevole interesse. Anche a costo di deludere gli habitué del cinema narrativo a tutti i costi.

Al pari del recensore, che ne parla in altri momenti, di tale lavoro abbiamo apprezzato anche un paio di aspetti periferici ma tutt’altro che irrilevanti. In primis le grottesche apparizioni del regista stesso nei panni di un truffaldino venditore di libri scolastici. Qui come altrove Hirobumi Watanabe si mette personalmente in gioco, sfruttando la propria presenza scenica nei più svariati modi: a volte sono sufficienti il suo incedere e la valenza iconica di simili epifanie, mentre in I’m Really Good (non diversamente da altri titoli proposti durante il Far East) è nella dialettica beffarda e stralunata del suo personaggio che si concentra lo stravagante, sotterraneo umorismo di tale lungometraggio.
Altro indizio non di poco conto è rappresentato dal contrasto, voluto, tra la lineare semplicità dei discorsi infantili e le contorte elucubrazioni politiche ed economiche udibili in sottofondo, coi discorsi del premier Shinzo Abe e del suo entourage. Quasi a ribadire la cesura fondamentale tra quel mondo rurale, a misura di bambino, ed un universo adulto fatto di intrallazzi e giochi di potere, nei cui confronti il regista dichiara la propria estraneità. Ma è anche interessante annotare il divario crescente tra un linguaggio comune, immediato, ed i ghirigori verbali di un linguaggio della politica percepito tanto nella sua distanza dalla realtà quotidiana che in una assoluta mancanza di sincerità, trasparenza. Un po’ come veniva esplicitato, con modalità rappresentative più inclini al cinema d’inchiesta civile, nello splendido documentario realizzato da Tatsuya Mori intorno alla combattiva figura della giornalista Isoko Mochizuki, ovvero i-Documentary of the Journalist.

Venendo ora al già menzionato Cry, girato nel 2019 e presentato dal Far East Film Festival il 30 giugno, certe corrispondenze formali con I’m Really Good appaiono più evidenti. Abbiamo anche qui scorci modesti e minimalisti della campagna giapponese, piccoli rituali di provincia, lunghe riprese da dietro del protagonista di turno in cammino. Nella circostanza Hirobumi Watanabe si presenta in scena quale solitario e taciturno allevatore di maiali. Oltre a possedere un appeal tanto straniante quanto magnetico, le dettagliate riprese dei grossi suini che grugniscono, si nutrono e rotolano nel fango non potevano fare a meno di rievocarci analoghe presenze in un datato capolavoro del cinema giapponese, rivisto di recente in pellicola al Palazzo delle Esposizioni: Porci e corazzate (1961), tra le primissime opere cinematografiche del grande Shōhei Imamura.
In Cry la scansione del tempo diviene ancora più metodica, si cerca di riprodurre la monotonia di un’intensa settimana di lavoro alla fattoria analizzando tramite la macchina da presa un quasi invariato susseguirsi di azioni, incontri, percorsi. Ma è proprio l’accento posto sulla natura meccanica e rituale dei gesti, sulla posizione studiata dei corpi, ad annullare un eventuale effetto documentaristico “alla Franco Piavoli”, cui si sostituisce poco alla volta una raffigurazione asciutta e iper-realistica dell’ambiente descritto, che rema in tutt’altra direzione.
Ulteriori, importanti elementi si sovrappongono alla scheletrica narrazione. Menzione speciale per l’adorabile nonnina ultracentenaria, spesso presente nei film di Hirobumi Watanabe, se si esclude ovviamente il recentissimo I’m Really Good essendo lì scomparsa da poco, purtroppo. Torniamo però a Cry. Vedendola così svagata e paciosa nelle scene girate in casa si ha quasi l’impressione che quell’innocenza, riscontrata nei più piccoli, trovi un paradossale rispecchiamento in coloro che hanno raggiunto una certa età vedendo quindi sfumare i pensieri, i ricordi.
E di nuovo a proposito dei bambini, li osserviamo ancora una volta sullo schermo in quella breve parentesi metacinematografica, che è poi riconferma di una poetica tendente a veicolare un microcosmo armonico e coerente, tanto limitato nello spazio e nelle tempistiche narrative quanto pulsante di vita propria. Dulcis in fundo vediamo il personaggio di Watanabe addormentarsi in una sala cinematografica semi-vuota, guardando quelle scene girate proprio da lui. Autoironia à gogo.

Signori, il metacinema. Quest’altra tentazione che sovente affiora nelle produzioni di Watanabe ha avuto la sua consacrazione nel caleidoscopico, dissacrante, a tratti geniale Life Finds a Way (2018), proiettato giovedì 2 luglio. Quasi l’ del cineasta nipponico. E, per dirla tutta, il lavoro che abbiamo amato di più, all’interno della sua originale ed intrigante filmografia.
La cornice iniziale del corposo lungometraggio vorrebbe essere un omaggio alle sonorità post-punk e alternative rock dei Triple Fire, band nipponica che con la sua vena corrosiva, pungente, esistenzialista e anarcoide ci ha ricordato un pochino i Sleaford Mods: altro gruppo emergente, di base a Nottingham in Inghilterra, la cui particolarissima miscela musicale ci era stata ottimamente trasmessa dal documentario della tedesca Christine Franz, Bunch of Kunst.
Ad ogni modo i testi irriverenti e il sound dei Triple Fire rappresentano, per Watanabe, un semplice appiglio, nonché la punteggiatura tra un capitolo e l’altro, nel picaresco sviluppo di un soggetto metacinematografico le cui intenzioni goliardiche affiorano poco alla volta, con soave leggerezza. Dalle rumorose incursioni in biblioteca all’improbabile richiesta di fondi pubblici per il budget del film, dalle divertentissime stilettate verso il mondo della critica ai più generici sfottò nei confronti del pubblico medio, la simulata odissea creativa del cineasta giapponese è una sinfonia di trovate e di sottile ironia, che ha nella prolungata intervista a cinefili di ogni ordine e grado il suo momento clou. Qui l’alternarsi frenetico sullo schermo di caricature dal tocco lieve beneficia inoltre di un crescendo psichedelico, sapientemente valorizzato dal montaggio, altro elemento formale che il film-maker sa calibrare con estrema consapevolezza; al pari delle potenzialità espressive di un bianco e nero che, al nostro Daniele De Angelis, avevano giustamente ricordato l’utilizzo fattone dal D.O.P. Robby Müller, per certi raggelati tableaux vivants cinematografici di Jim Jarmusch; ma che la nostra memoria cinefila può ricollegare anche alle sapide vignette umoristiche, cesellate da Kevin Smith in Clerks tramite analoghi chiaroscuri.
Del resto la vocazione umoristica di un cult movie come Clerks coincideva anche con una verbosità senza freni, a briglia sciolta. E qui Watanabe, da interprete, appare non meno sfrenato e logorroico, allorché si lascia andare a una serie di discorsi surreali e taglienti, la cui ironia ha un effetto ancora più penetrante grazie alla simultanea presenza in scena dell’attonito Kurosaki (Takanori Kurosaki), silenziosissima “spalla” e ineffabile compagno di viaggio su cui rimbalzano le parole a getto continuo dell’amico.

Le così iconiche inquadrature dei due in macchina, con Kurosaki concentrato solo sulla guida e Watanabe a fianco che non s’azzitta mai, rappresentano uno stilema consolidato, che fa il paio con certi speculari camera car del quasi coevo (in quanto datato anch’esso 2018), fluviale Party ‘Round the Globe. Nella fattispecie è l’allampanato rocker Gaku Imamura, già interprete del precedente (2016) Poolside Man, ad impersonare il classico partner taciturno e introverso.
Qui però Hirobumi Watanabe si trova a maneggiare una mitologia pop di prim’ordine: l’orizzonte degli eventi è rappresentato infatti dal desiderio dei due di assistere a uno dei tanti concerti tenuti da Paul McCartney a Tokyo. L’analisi serratissima del fenomeno Paul McCartney (e dei Beatles, di rimando) offre al protagonista/autore uno degli spunti dialettici più sapidi di tutta la sua filmografia. E Watanabe sfrutta decisamente bene tale occasione, barcamenandosi egregiamente tra ironia e più che legittime dichiarazioni d’affetto verso l’ex Beatles.
Il film, al contrario, nell’inglobare altri segmenti narrativi, soffre più del solito la considerevole durata, mostrando qualche scollatura tra le parti e leggeri cali di ritmo. Ma il taglio folgorante delle sequenze più ispirate compensa anche questo. Ed è bello pensare che l’opera dell’autore proiettata per ultima al Far East 2020, venerdì 3 luglio, contenga anche un momento così positivo e radioso, quale senz’altro è la festa finale in onore della nonnina ormai centenaria.

Stefano Coccia

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