i-Documentary of the Journalist

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Tremate, tremate, le giornaliste son tornate

«Mi basta sentire qualcuno parlare sinceramente di ideale, di avvenire, di filosofia, sentirlo dire “noi” con tono risoluto, invocare gli “altri” e ritenersene l’interprete – perché io lo consideri mio nemico»
E.M. Cioran, “Sommario di decomposizione”

La poetica del “noi”, da intendersi qui quale “massa acritica” che si conforma all’ideologia dominante, che assai docilmente si concede alle manipolazioni di qualche potere forte, contrapposta alla sincerità di un “io” che al contrario va dritto per la sua strada, senza uniformarsi, senza farsi condizionare dalle greggi adoranti, fedele soltanto alla propria ricerca di verità e trasparenza. Si può intendere anche così quel solo apparentemente enigmatico “i-Documentary” del titolo. E tale espressione può valere, in fin dei conti, sia per la cocciutissima giornalista nipponica al centro di questo appassionante lavoro d’inchiesta, sia per il suo autore, che verso la fine del film si farà anche portavoce, nella fase più intensa di un’aspra campagna elettorale, della polemica di cioraniana memoria sull’utilizzo dell’ “io” o del “noi” quale indice di approcci antitetici alla realtà e alla sfera umana.

L’abbiamo presa un po’ alla lontana, ma i-Documentary of the Journalist è realmente un progetto cinematografico che va al di là dei pur lodevolissimi intenti civici, per rimettere con acume in discussione il ruolo dell’individuo rispetto a una dimensione comunitaria poco ricettiva, a volte, nei confronti di certi campanelli d’allarme. L’ambito è ovviamente quello di un giornalismo raffigurato non nella sua declinazione più addomesticata e servile, bensì quale missione di vita.
Nel proprio paese Mori Tatsuya ha fama di essere film-maker ruvido e controcorrente. Al 22° Far East Film Festival ne abbiamo apprezzato lo spirito mordace ed ironico sin dal videomessaggio di presentazione, in cui da buon guascone si è messo a giochicchiare pure con lo slogan dell’edizione di quest’anno, “I am a Fareaster”. Del resto anche nel film l’irriverente cineasta nipponico ha dato prova più volte di questa caustica, graffiante ironia, che l’ha spinto inoltre a mettersi in gioco personalmente, per esempio con la reiterata richiesta di partecipare alle blindatissime conferenze stampa del capo di gabinetto Yuga Yoshihide. Costui è, a sua volta, la “bestia nera” della vera protagonista del film, la giornalista investigativa Mochizuki Isoko. Uomo di fiducia del controverso premier Abe, lo scaltro politicante è il muro di gomma contro cui vanno ad infrangersi, puntualmente, le tante richieste di chiarimenti effettuate in pubblico dalla protagonista, osteggiata in ogni modo da una prassi, tutto sommato recente, che vorrebbe la stampa nipponica il più possibile compiacente nei confronti dell’attuale governo.

i-Documentary of the Journalist si configura così, da un lato, quale incalzante film d’impegno civile che non fa sconti all’attuale amministrazione sui tanti scandali in atto, dalla scellerata gestione di certe risorse ambientali ad Okinawa a quelle decisioni tese ad avvantaggiare privati prese, con eccessiva disinvoltura, dallo stesso Abe e dal suo entourage, moglie compresa; al punto di scandalizzare persino certi comparti della società nazionalista e conservatrice, pronti a ravvisare intenti di natura più ”lobbistica” che genuinamente patriottica, nell’operato del premier!
Ma d’altro canto il documentario è pure uno sguardo in soggettiva sul mestiere del giornalista, così come andrebbe fatto, ed è emblematico che alla nostra eroina arrivino incoraggiamenti e attestati di stima da diversi rappresentanti della stampa estera a Tokyo, compreso quello italiano.
Ogni intrigo politico svelato dall’audace cronista viene raccontato con chiarezza e toni giustamente empatici da Mori Tatsuya, regista così sfrontato poi da trasfigurare se stesso e gli altri soggetti di questa straripante detection negli ipotetici personaggi di un anime, durante una sequenza tanto memorabile quanto surreale e spiazzante. Perché allo sviluppo di temi tanto seri l’aggiunta di verve, immaginazione e humour corrosivo può fare soltanto del bene.

Stefano Coccia

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