Home Festival Torino 2015 Colpa di comunismo

Colpa di comunismo

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VOTO: 5

Tra documentarismo e finzione

Terzo lungometraggio di Elisabetta Sgarbi, Colpa di comunismo è stato presentato in concorso durante questa 33esima edizione del Torino Film Festival, e l’impressione che lascia è quella di una mescolanza confusa e poco riuscita di realtà e finzione, un film che per quanto scelga di non radicarsi nel genere del documentario non riesce a togliersene di dosso la parvenza.
Tra operazione di denuncia e rappresentazione iperrealista di un’attualissima situazione sociale, Colpa di comunismo non è infatti quel che si può definire un film riuscito. Racconta la storia comune di tre immigrate rumene,  Ana, Elena e Micaela (nei ruoli di loro stesse), le prime due alla disperata ricerca di un’occupazione dopo il decesso delle persone anziane che accudivano. Micaela, scaltra ed intraprendente, si offre di accompagnare le amiche in una ricerca che ha come obiettivo primario quello di racimolare qualche soldo da inviare in Romania ai rispettivi figli per permetter loro di studiare. Attraverso gli incontri e le situazioni affrontate dalle tre compagne di viaggio, Colpa di comunismo coglierà anche l’occasione per contrapporre la loro solidarietà e il loro reciproco incoraggiamento alla meschinità esibita in più occasioni dai personaggi maschili, che riducono le donne rumene alternativamente a delle brutte badanti e a facili oggetti sessuali.
Affidandosi ad un cast di attrici non del mestiere probabilmente la Sgarbi intendeva dipingere  un affresco a tinte sociali credibile e realistico, ma ad un risultato del genere non si perviene così facilmente come si potrebbe pensare: oltre ad un montaggio incapace di conferire alle scene la dovuta continuità, la  maggior parte dei dialoghi suonano forzati, di una spontaneità platealmente costruita, e le tre attrici improvvisate non hanno alcuna padronanza della scena, tanto da risultare insicure e impacciate. Tutto ciò non permette di entrare in empatia con la loro condizione di emarginate, e finisce per rendere meno necessario e urgente il dramma sociale che qui si affronta.  Anche sotto l’aspetto più propriamente contenutistico Colpa di comunismo non è granché informativo: la realtà ritratta da Elisabetta Sgarbi non è esemplificativa delle sofferenze che in Italia la minoranza rumena deve sopportare a causa della loro “differenza”, e non lo è perché è troppo vicina a quella che ognuno di noi ad oggi si ritrova ad affrontare, sopratutto per quanto concerne la carenza di posti lavoro. Anche alla convivenza del mondo rumeno con quello italiano non viene riservata l’attenzione che merita, e mancano delle scene in grado far emergere le difficoltà e al contempo i frutti di un vero processo di integrazione.
Anche a proiezione finita si continua a non trovare in Colpa di comunismo una direzione né tanto meno una vera urgenza che ne sia alla base. Un incrocio di documentarismo e finzione che, non approfittando delle risorse a sua disposizione, non dice niente di interessante o di nuovo su un tema scottante come quello dell’integrazione.

Ginevra Ghini

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