Beasts of No Nation

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’innocenza rubata

Non è mai facile affrontare determinati argomenti e Alberto Barbera lo aveva annunciato in conferenza stampa parlando della 72esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, definendo molti film “disturbanti”. Ecco Beasts of No Nation di Cary Fukunaga è senza dubbio tra questi. L’opera si basa sull’acclamatissimo romanzo dell’autore nigeriano Uzodinma Iweala e racconta l’avvincente storia di Agu (Abraham Attah), un bambino che perde davanti ai propri occhi gli uomini della sua famiglia (e poco prima sua madre con la piccolina eran fuggite proprio per prevenire questo stillicidio). Forte di questo odore della morte, il piccolo viene invogliato a diventare bambino soldato per combattere coloro che avevano ucciso i suoi cari, è questo il motto che usa il comandante (ottimamente interpretato da Idris Elba) per fomentare il suo esercito.
Inizialmente il tono è più leggero, lo spettatore vede dei ragazzini giocare con quei pochi mezzi a disposizione e, sfruttando la fantasia, danno vita, ad esempio, a una tv d’immaginazione, animata dall’altra parte dagli stessi bambini incorniciati dallo scheletro dello schermo. La voce di Agu ci guida ambientandoci nella sua famiglia e in ciò che sta accadendo: l’evoluzione dell’involuzione umana. Man mano che la storia si dipana, la frase «è solo un bambino» viene offuscata da ciò che questi bambini riescono a compiere, sembra che il limite non ci sia più, allevati ad usare mitragliatrici e a muoversi in carri armati o in camionette che appaiono come il carro da bestiame, pronti a combattere al primo ordine ricevuto. Nonostante tutto questo humus, Beasts of No Nation ci fa intravedere qualche spiraglio di innocenza (ma la fine ovviamente non possiamo rivelarvela); esemplificativo in tal senso è il rapporto che si crea tra Agu e Strika, quest’ultimo non proferisce parola, ma sembra aver sviluppato una corazza a quella violenza che mastica in ogni secondo della sua sopravvivenza. Diversi film si sono occupati del tema del bambini soldato, da All the Invisible Children di Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Kátia Lund, Jordan Scott, Ridley Scott, Stefano Veneruso, John Woo (2005) a Kony 2012 creato da Invisible Children,  passando per Blood Diamond di Edward Zwick (2006) e, grazie all’edizione 2015 del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina, abbiamo potuto vedere questa tragedia da un punto di vista differente. Ne L’oeil du cyclone di Sékou Traoré, infatti, si può vedere come è diventato un bambino soldato da adulto, il quale, inevitabilmente ha sviluppato degli atteggiamenti animaleschi, certo non giustificabili, ma difficilmente non comprensibili visto il percorso.
Qui, il regista, divenuto famoso per la prima stagione di True Detective, non ha paura di mostrare la violenza, che per quanto cruda, forte e non digeribile, non è mai gratuita, non c’è sadismo né spettacolarizzazione (e il rischio c’era) – immaginiamo che, ahinoi, sia accaduto (e accade) davvero così, se non purtroppo peggio. «La violenza potrebbe essere semplicemente la manifestazione esteriore più sobria della bestia che abbiamo dentro di noi, ma è anche ciò che rende l’uso dell’innocenza dei bambini nei conflitti ancora più orripilante delle guerre che invece celebriamo nelle nostre storie nazionali» (dalle note di regia). Si va oltre il limite il limite dell’umano e non si può non mostrarlo stando, però, sui personaggi e ciò che sconvolge è che in queste guerre civili non si ha paura di farlo, alcuni brividi, per fortuna, corrono lungo la schiena di questi ragazzini perché il lavaggio del cervello e l’istigazione alla violenza non riescono a radicarsi fino in fondo. Gli occhi rossi, infuocati e aizzati di Agu, ricordano quelli dell’uomo che non ricorda neanche il suo vero nome del film di Traoré.
In Beasts of No Nation c’è una parabola di disaffezione ai valori della vita, non vogliamo dirvi se sarà ascendente e discente, i gironi dell’inferno il nostro bambino – e con lui i suoi compagni – li toccherà e li farà provare agli altri. Il film si discosta dal libro a cui si ispira e prende strade e prospettive personali, a partire proprio dalla scelta di dar voce al piccolo Agu. Fukunaga costruisce il film tutto intorno a lui, sviluppando vari livelli di profondità. Colpisce come un bambino così piccolo e inesperto – ora parliamo dell’interprete – sappia dar volto a sentimenti così forti, contrastanti, duri e ancor più difficili da rendere se non si son vissuti in prima persona; eppure, talvolta, si ha la sensazione di vedere in presa diretta, come se fosse più un occhio documentaristico che non un film di finzione.

Maria Lucia Tangorra

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