A Bigger Splash

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7.0 Awesome
  • voto 7

Sincerità e fedeltà

A Bigger Splash (2015) è un film diretto da Luca Guadagnino, in corsa per il Leone d’Oro alla 72esima Mostra d’Arte Cinematografica Internazionale di Venezia.
Iniziamo dal principio: A Bigger Splash è il remake di un film del 1969, La piscina di Jacques Deray. Esso inoltre prende il titolo da un’opera della pop art del pittore inglese David Hockney. Un’illustrazione che, a detta dello stesso regista siciliano, gli avrebbe spiegato il modo di intendere l’arte ed il suo controverso significato. Una cosa accomuna le due pellicole ed il quadro: la figura della piscina. Uno spazio chiuso, allo stesso tempo attrattivo ed ostile, ma in cui l’elemento primario è l’acqua con la sua energia e purezza ancestrale. Primigenie sono anche le location in cui Guadagnino – che nel 2010 ha partecipato al Festival come membro della giuria presieduta da Quentin Tarantino – ha deciso di ambientare il suo quarto lungometraggio in carriera: l’isola di Pantelleria, in Sicilia. Una scelta non dettata dalle sue origini (è nato a Palermo nel ’71), ma piuttosto dalla genuinità della terra in cui i protagonisti si muovono, un habitat naturale percorso oggi da molteplici contraddizioni post-moderne.
Marianne Lane (Tilda Swinton) è una rock star che sta trascorrendo le vacanze estive con il compagno Paul (Matthias Schoenaerts) nell’isola vulcanica di Pantelleria. Il loro intimo relax verrà interrotto bruscamente dall’arrivo di Harry (Ralph Fiennes), discografico ed ex amante di Marianne, e della sua presunta figlia Penelope (Dakota Johnson). Un incontro che sarà destinato ad avere degli esiti inaspettati.
Guadagnino mette insieme questo quartetto, una perfetta rappresentazione di generazioni e di modus vivendi diversi a confronto, trasformandosi nel direttore di un’orchestra che deflagrerà presto in un’esplosione di sensazioni incontrollabili. A stretto contatto con un ecosistema vitale, e grazie anche ad una fotografia dalla nuance calda come la stagione estiva, i personaggi saranno messi a nudo (in tutti i sensi) al cospetto delle loro pulsioni sessuali, dei loro desideri, dei loro istinti primordiali, nonché dei loro risentimenti. Non è casuale la scelta di rendere muta la Swinton per tutta la proiezione, reduce da un’operazione alle corde vocali, e di privarla così dell’ingrediente che più la legava alla sua identità passata, quella di cantante e musicista: la voce. Un cambiamento messo in atto proprio dalla relazione con il videomaker interpretato da Schoenaerts, un ragazzo forse insicuro ma apparentemente equilibrato, lontano dai vizi che invece fanno presa con il personaggio interpretato da Fiennes e che facevano parte anche della vita di Marianne. Harry è il ritratto di ciò che resta di una generazione che ha mandato in frantumi un mondo con il solo potere delle idee rivoluzionarie veicolate nella musica. Una figura carismatica ed autentica, oberata dal peso delle dipendenze ma in grado di riconoscere e tenere a bada i suoi lati oscuri. Anche lui si troverà, sotto il sole selvaggio del Mediterraneo, a dover fare i conti con delle passioni che credeva ormai spente e che sembrano risvegliarsi proprio durante quei giorni.
Quattro sono anche gli stati d’animo che A Bigger Splash mette sul banco: amore, divertimento, eccitazione, violenza. Se la pellicola inizia infatti con una profonda immersione nel sentimento che lega Marianne e Paul – lui più giovane di lei, una sorta di toy boy attento alle sue esigenze – l’irruzione di Harry farà virare il film verso ritmi più sostenuti e toni irriverenti, sopra le note rock ‘n roll di Moon is up e Emotional Rescue degli Stones. La Johnson (già vista sotto spoglie non meno audaci in Cinquanta sfumature di grigio) recita la parte di una Lolita contemporanea, una bimba viziata dal paparino la cui unica barriera protettiva sembra essere quella di voler sconvolgere le coerenze altrui. Sarà proprio Penelope ad introdurre le dinamiche più istintive ed erotiche del lavoro di Guadagnino, lasciando però confuso il confine labile tra sospetto e verità, in una sorta di esperimento da laboratorio dove verranno messe alla prova le resistenze dei rapporti inter-personali odierni sotto i colpi inesorabili della carnalità.
L’autore siculo incrocia tutti questi aspetti cercando una sintesi che non confonda il suo pubblico. Lo fa attraverso un montaggio breve e veloce, capace di sorprendere le aspettative dello spettatore, dove una soundtrack forte si alterna ai suoni realisti dell’ambiente circostante, e dove la vicinanza delle inquadrature va a colmare la distanza tra Marianne ed i suoi fans. Il finale è, come da tradizione, in apparenza fuori contesto e in grado di far storcere il naso, con un Corrado Guzzanti non al massimo delle sue potenzialità nei panni di un maresciallo dell’arma dei Carabinieri. Una conclusione che abborda prima i quattro stranieri (ormai diventati tre) alla platea in sala, per poi traghettarli a pelo d’acqua di fronte al dramma dei migranti. Le acque cristalline saranno così contrapposte alle problematicità attuali, rendendo quello di Guadagnino un cinema ostico nei contenuti, atipico nella forma, ma senza ombra di dubbio molto coraggioso.

Riccardo Scano

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