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As bestas

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VOTO: 8

Mater Natura

Esistono ancora, per nostra fortuna, opere cinematografiche che riescono a sconvolgere semplicemente con la forza di un’idea basica. As bestas di Rodrigo Sorogoyen – approdato alla Festa del Cinema di Roma 2022 dopo il passaggio Fuori Concorso al Festival di Cannes di quest’anno – rientra a pieno titolo in questa ristrettissima categoria. As bestas, cioè le bestie. Una dichiarazione d’intenti che già contiene il nucleo centrale del film. Bestie feroci che difendono il territorio in cui sono nate e cresciute. Non fauna animale, ma umana. Il discorso cambia solo di poco la propria sostanza, aggravando anzi la situazione in presenza di un libero arbitrio decisionale, rapidamente accantonato per far posto agli istinti più retrogradi.
Una coppia francese di mezza età si trasferisce in Galizia, oltrepassando la frontiera spagnola. Hanno intenzione di ridare vita ad un villaggio ormai decadente, attraverso coltivazioni biologiche e restauro di casali abbandonati. Mentre i pochi residenti, tutti o quasi agricoltori, intendono accettare l’offerta di una società norvegese di acquistare le loro terre per farne un impianto per lo sviluppo dell’energia eolica, Olga ed Antoine – i coniugi francesi – si oppongono, attirando su di loro soprattutto le ire di due vicini di casa, i fratelli Xen e Loren. Il crescendo di tensione diventerà presto difficilmente sostenibile.
Si può leggere un lungometraggio come As bestas in svariati modi. Una modalità tipica dei grandi film finalizzati a suscitare dibattiti senza soluzione di continuità. Una metafora sull’Europa che tanto unita non è, dato che si parla di due civilissime nazioni in essa ben radicate? Oppure un apologo sull’invidia pronta a sfociare in tragedia, allorquando cedono i freni inibitori e la violenza, prima psicologica ed in seguito fisica, diviene unico mezzo di attacco e difesa. Tuttavia la realtà che intende rappresentare Sorogoyen è assai più cupa. Una rabbia insensata può generare mostri, tramutando appunto l’uomo nella bestia più feroce, del tutto incapace di provare un minimo di pietà. La vendetta diviene parola d’ordine, da eseguire costi quello che costi. E non a caso la violenza fisica viene esplicitata – peraltro in una sequenza girata con una perizia tecnica da lasciare ammutoliti – in un solo momento, quello decisivo che cambia per sempre le sorti di tutti i personaggi di As bestas. Frangente che si riaggancia, sia a livello simbolico che formale, all’incipit, in cui si assiste, attraverso una drammatica sequenza al ralenti colma di pathos – al marchiamento di alcuni cavalli.
Come spesso accade, anche con As bestas si cercano impropri termini di paragone. Cane di paglia (1971), capolavoro di Sam Peckinpah è stato molto citato. In modo affatto pertinente. Perché Peckinpah esplicitava la violenza per ricavarne un discorso socio-politico di rilevanza assoluta; mentre Sorogoyen quella stessa violenza la trattiene (tranne che nella sequenza citata), soffocandola in una tensione continua che scuote i nervi dello spettatore dal primo all’ultimo minuto, anche grazie ad una martellante colonna sonora fatta di ossessive percussioni nei momenti topici nonhé allo stato di grazia dell’intero cast, con l’ottimo Denis Ménochet (nella parte di Antoine) a spiccare su tutti.
Con As bestas Sorogoyen . sempre accompagnato da Isabel Peña in sede di sceneggiatura – si conferma, dopo gli splendidi Che Dio ci perdoni (2016) e Il regno (2018) – autore perfettamente in grado di operare senza remore qualsiasi discesa verso gli abissi più reconditi di un’umanità che forse non dovrebbe essere più considerata tale. Anche se l’epilogo di As bestas, autentico inno alla resilienza dal dolore e l’ingiustizia, lascia qualche piccolo margine di speranza di una vittoria della ragione e della legalità su quegli istinti ferini e incontrollabili troppo spesso destinati a rimanere impuniti.

Daniele De Angelis

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