La costellazione dell’asino
Può un asino, a parte quel gran simpaticone del Ciuchino della serie cinematografica Shrek, essere il protagonista assoluto di un progetto audiovisivo? Ebbene si. Più che la creatura animata della DreamWorks, a darcene la testimonianza in carne ed ossa è stato qualche stagione fa Jerzy Skolimowski con il suo EO, rilettura in chiave moderna di Au hasard Balthazar di Bresson del 1966, in cui un asino è costretto a lasciare il circo dove, seppure nella società dello spettacolo, si trovava bene per girovagare in un’Europa allo sbando e sull’orlo del precipizio. Un’ulteriore riprova ci arriva più di recente anche dal cinema del reale con il documentario breve di Alison McAlpine dal titolo Perfectly a Strangeness che, dopo un lungo e fortunato percorso nel circuito festivaliero internazionale iniziato nel concorso cortometraggi di Cannes 2024, è approdato nella competizione principale della 73esima edizione del Trento Film Festival.
Lo short della regista e scrittrice canadese, che gli addetti ai lavori ricorderanno per il pluripremiato lungometraggio Cielo, ci porta nell’abbacinante calura di un deserto sconosciuto da qualche parte in Cile al seguito di tre asini che nel loro pellegrinare quotidiano incappano in un osservatorio astronomico abbandonato. L’universo si dischiude di fronte a loro. Palomo, Ruperto e Palaye, così si chiamano i componenti del terzetto, restano stupefatti di fronte alle meraviglie della tecnologia e all’infinito splendore della nostra galassia.
Prende forma da questa specie di avventura on the road una pregevole e preziosa opera sulla bellezza e sul modo in cui guardiamo gli animali e loro guardano noi. Seguendo altre traiettorie e registri tornano alla mente altre due fondamentali film animali degli ultimi anni: uno è Gunda di Kossakovsky, che segue la vita della scrofa del titolo sino allo struggente finale con la sottrazione dei cuccioli; l’altro è Cow, il documentario di Andrea Arnold sulla mucca Luma, dai pascoli verdi fino al parto indotto e all’imperativo inesorabile di produrre latte, in marcia verso la fine. A questi poi ci sentiamo di aggiungere anche il Bella e perduta di Pietro Marcello, che del viaggio di un bufalo faceva un’elegia senza tempo e malinconica sulla perdita del legame tra uomo e natura, tra specie diverse. Ed è forse con quest’ultimo che Perfectly a Strangeness condivide qualcosa in più in termini di approccio e intenzioni.
Non vi è dunque una precisa narrazione a scandire lo scorrere della timeline se non quella creata dalla situazione quasi surreale nella quale si ritrovano i tre protagonisti a quattro zampe e alla quale fa da cornice un paesaggio “lunare”. La macchina da presa con soggettive e semi-soggettive si mette nelle e sulle teste degli asini, animali intelligenti e sensibili, restituendo ciò che vedono e ascoltano come uniche presenze in un luogo dove l’essere umano potrebbe essersi estinto. Eppure qualcosa di magico, magnetico e coinvolgente si materializza davanti agli occhi dello spettatore al punto da attrarre la sua attenzione per tutti e quindici i minuti a disposizione della regista di Montreal. Quel qualcosa è la potenza visiva, evocativa e astratta delle bellissime immagini create dalla regista con il direttore della fotografia Nicolas Canniccioni, alle quale hanno contribuito in maniera altrettanto determinante le musiche di Benjamin Grossmann e il sound design privo di dialoghi firmato da Samuel Gagnon-Thibodeau. Il risultato è un’opera sperimentale che vuole essere in primis un’esplorazione e un’esperienza sensoriale e cinematografica avvolgente e totalizzante che lascia il segno.
Francesco Del Grosso









