Il mistero del naso scomparso
Zlatan Ibrahimović è stato un grandissimo calciatore, meritevole di essere annoverato tra i più forti di tutti i tempi. È diventato famoso in tutto il mondo per le sue gesta sportive e le vagonate di gol realizzate nei campionati nei quali ha militato con le diverse squadre nell’arco della sua straordinaria carriera, compresa quella con la nazionale svedese. Imprese che sono finite al centro anche di due biopic: Ibrahimović – Diventare leggenda di Magnus e Fredrik Gertten e Zlatan di Jens Sjörgen. Negli anni è diventato pure un personaggio pubblico e mediatico, che ne ha accresciuto ulteriormente la popolarità. Anche se ora ha appeso gli scarpini al chiodo ed è entrato nei quadri dirigenziale del Milan, questa fama non ha avuto flessioni e non è stata minimamente intaccata. Inevitabile che il tutto abbia contribuito ad alimentarne il mito, al punto che nel 2019 la federcalcio svedese gli ha dedicato una statua. Si tratta di un’opera alta tre metri e mezzo che raffigura Z in piedi a petto nudo e braccia aperte creata in suo onore dallo scultore Peter Linde, eretta davanti allo stadio della sua città natale, Malmö. Qui tutti lo adorano, o almeno lo adoravano finché non ha deciso di comprare le azioni di una squadra rivale, diventando così impopolare che ignoti nella notte del 22 dicembre dello stesso anno hanno vandalizzato la statua, rimasta così senza naso. Il caso è tuttora un mistero non tanto per il movente, quanto per i responsabili. Ed è su di esso che un gruppo di registi formato da Nils Toftenow, Mathias Rosberg e Olle Toftenow ha realizzato un documentario dal titolo Zlatan’s Nose appunto, presentato tra gli Eventi Speciali della 21esima edizione del Biografilm.
Due anni dopo, la troupe composta dal terzetto è incaricata di realizzare un documentario per risolvere il mistero sul clamoroso furto e per farlo ingaggia un investigatore privato di Göteborg di nome Claes Ekman, descritto come una via di mezzo tra Barnaby, Colombo e Wallander, con cappotto lungo di ordinanza, capelli impomatati e un abito che funge da amuleto. Insomma, il più classico dei protagonisti di ogni detective story che si rispetti. Ma quando questo trasforma l’indagine in un thriller di spionaggio pieno di azione, con tanto di viaggio nel darknet e microcamere nascoste, il progetto sfugge letteralmente di controllo, costringendo la troupe a fare i conti con ben due misteri: il naso mancante e i segreti dell’uomo che hanno assunto per trovarlo. I confini tra realtà e finzione, verità e artificio, finiscono così per confondersi, dando vita a un mix tra inchiesta, documentario e romanzo fra le pieghe della città svedese.
Zlatan’s Nose pone e si pone essenzialmente una domanda: fin dove siamo disposti a spingerci pur di trasformare una storia in uno spettacolo sensazionalistico? La stessa domanda che con il piglio del mockumentary si è posta anche Katia Bernardi nel suo Nella pelle del Drago, nel quale si indaga sull’incendio doloso che distrusse il celebre Drago Alato di Vaia, la scultura in legno realizzata dall’artista Marco Martalar. In entrambi i casi gli autori cercano di fare luce sul crimine e su colui o coloro che lo hanno commesso. Ma se nella pellicola della regista trentina la scelta di optare per una formula che le calza a pennello come quella della crime-comedy documentaria in salsa country funziona e fornisce gli esiti sperati in termini drammaturgici e di coinvolgimento, lo stesso non si può dire del film dei colleghi scandinavi, che non riesce a sfruttare al meglio quelle che sono le potenzialità messe a disposizione dalla veste narrativa, dagli stilemi e dal modus operandi del genere di riferimento, vale a dire il true-crime.
Sin dai primi minuti si avverte una forte puzza di bruciato provocata da un cortocircuito che ha mandato in fumo e in frantumi quella che poteva essere, e purtroppo non è stata, un’occasione per portare sul grande schermo un’idea estremamente interessante e una storia avvincente. L’idea di partenza viene suo e nostro malgrado depotenzializzata dal modo in cui gli autori hanno deciso di raccontare la vicenda. Il risultato, giocando con il titolo, fa storcere il naso, lasciando anche l’amaro in bocca.
Francesco Del Grosso









