Un oscuro abisso
La fotografa e regista norvegese Monica Strømdahl ha attraversato in lungo e in largo, da costa a costa, tutti gli Stati Uniti per quindici anni, documentando la vita ai margini. Proprio durante uno di questi viaggi ha incontrato l’allora dodicenne Mikal, il protagonista di quello che dopo tre stagioni di riprese è diventato un documentario memorabile, incisivo e di grandissimo impatto emotivo, di quelli di fronte ai quali non si può restare indifferenti. Ne sanno qualcosa quegli spettatori che come noi hanno avuto la possibilità di vedere Flophouse America in anteprima italiana alla 21esima edizione del Biografilm, laddove è stato presentato nel Concorso Internazionale.
Le “flophouse” del titolo sono letteralmente degli “alberghetti” o “”dormitori economici” che offrono alloggi molto economici, spesso con servizi minimi, a persone che cercano un’opzione di pernottamento a basso costo. In passato, questi luoghi erano utilizzati anche da famiglie che non avevano un tetto sopra la testa, trovandosi così una soluzione alternativa alle strade o ai rifugi. Ed è in uno di questi, diventati tragici simboli di un sistema in crisi, che in una stanza fatiscente e malmessa hanno vissuto per anni Mikal e i suoi genitori, Tonya e Jason, entrambi stretti nella morsa della dipendenza. Nonostante l’evidente amore per il figlio, non riescono però a liberarsi dalla routine di abuso di alcol e dalla povertà che caratterizza la loro realtà quotidiana. Il film racconta la crescita di un bambino in un contesto fragile, mostrando le ferite dell’infanzia, ma anche i legami profondi che uniscono una famiglia.
La Strømdahl porta sullo schermo da una parte il complesso paesaggio emotivo del giovanissimo protagonista attraverso un commovente coming-of-age, dall’altra un ritratto intimo e senza fronzoli della vita ai margini di una società statunitense in un’epoca di radicale disuguaglianza che vede l’abbandono sistemico, la precarietà economica e la mancanza di supporto per la salute mentale corrodere e mandare in frantumi le fondamenta di migliaia di nuclei domestici. Momenti come il conflitto verbale tra padre e figlio, la chiamata al 118 e l’epilogo, lasciano il fruitore senza parole al cospetto di crescendo d’intensità che raggiungono temperature febbrili. Tuttavia tra caos, dolore e precarietà, resistono anche l’amore e la speranza, con l’autrice che riesce a scovare tra quelle quattro mura dei fragili momenti di tenerezza e resilienza. Questa capacità di creare nell’arco della narrazione un equilibrio tra fasi emotive agli estremi impedisce al risultato finale di scivolare nelle sabbie mobili di sentimentalismi, voyeurismo e spettacolarizzazione del dolore, così da non perdere mai di vista la profonda umanità che si cela nel cuore dei suoi soggetti.
Il tutto prende forma e sostanza audiovisiva in un’opera di pura, dura e rigorosa osservazione, che nelle topografie circoscritte, soffocanti e anguste della stanza che sembra una prigione dalle sbarre invisibili come in The Wolfpack vede la macchina da presa trovare miracolosamente sempre la giusta distanza dagli eventi e dalle persone che li vivono o li subiscono. Merito di una cinepresa che alla pari della regista riesce a farsi trasparente, a non invadere in nessun caso gli spazi vitali ed emotivi delle figure filmate, ma soprattutto a non adottare un approccio pornografico alla sofferenza altrui che avrebbe messo in discussione l’intera operazione. Non mancano segmenti di fortissima tensione, in particolare quando si assiste ad accesi diverbi, ad atti di autolesionismo e a crolli psicologici, ma la Strømdahl non cede alla tentazione di cavalcare l’onda e non oltrepassa mai il sottilissimo confine che separa l’osservazione e lo sfruttamento. Sta qui il valore aggiunto di un’opera che lascia un segno profondo del suo passaggio nel cuore e nella mente dello spettatore, bypassando con attenzione e rispetto tutte le questioni etiche che circondano documentari di questo tipo.
Francesco Del Grosso









