When the Day Had No Name

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Una notte che non dimenticherete

È il macedone When the Day Had No Name di Teona Strugar Mitevska il vincitore del premio Cineuropa alla 18esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, dove la pellicola figurava tra i dodici titoli in corsa per il prestigioso Ulivo d’Oro. Quella sugli schermi salentini è stata l’anteprima italiana di un film che ha avuto il suo battesimo di fuoco lo scorso febbraio all’ultima Berlinale, nella sezione Panorama Special.
Milan e il suo migliore amico Petar preparano un’avventurosa escursione insieme ad altri adolescenti della periferia di Skopje, elettrizzati all’idea di un’uscita serale fra ragazzi fatta di bevute e divertimento sfrenato, prima della battuta di pesca che li aspetta il mattino successivo. Sono tipici adolescenti pieni di tensioni sessuali e romantiche e in ansia per il denaro e le questioni materiali. Sono un po’ angeli e un po’ demoni; hanno fretta di diventare adulti, ma il più delle volte si comportano ancora come bambini. Hanno tutti un rapporto disfunzionale con i genitori, e rappresentano un’intera generazione di giovani cresciuti in un’epoca di transizione e crisi di valori. La loro notte di bagordi finisce per essere rovinata da tensioni etniche e da un incontro con una prostituta adolescente finito male…
La pellicola della Mitevska è un romanzo di (de)formazione che ci catapulta nel cuore di tenebra di una gioventù sempre più bruciata, che sembra non avere più niente da chiedere alla vita e viceversa, perché non ha un futuro nel quale trovare una spinta propulsiva o una scialuppa di salvataggio alla quale aggrapparsi. Quello firmato dalla cineasta macedone, qui alla quarta prova sulla lunga distanza, vuole essere la cronaca di una caduta rovinosa di un gruppo di ragazzi, ma soprattutto un ritratto, seppur parziale e geograficamente collocato, di una generazione perduta. Nel primo caso la pellicola arriva a sfiorare il bersaglio, mentre nel secondo si assiste all’ennesimo ritratto generazionale che ha più da mostrare che da dire. Lo stesso identico limite che è possibile riscontrare in questa come in tante altre opere analoghe, a cominciare dalle più recenti One of Us di Stephan Richter (anch’essa ispirata a un fatto di sangue che ha coinvolto un gruppo di ragazzi) o We Are Fine di Henri Steinmetz.  Il ritratto che ne scaturisce è in tutti e tre i casi non a fuoco, incapace di assolvere a quello che dovrebbe essere il suo scopo primario, ossia quello di dipingere con immagini e parole le emozioni, gli stati d’animo e la condizione dei soggetti ritratti. Lo scoglio più grande oltre quale When the Day Had No Name non riesce ad andare è proprio questa incapacità di entrare veramente nei personaggi per poi restituirne sullo schermo l’essenza. Di fatto si resta in superficie dal primo all’ultimo fotogramma utile, con la Mitevska che non riesce a scavare più in profondità. Si parla di incomunicabilità, di conflitti familiari e di disillusione, ma le emozioni e i messaggi che dovrebbero deflagrare sullo schermo davanti agli occhi degli spettatori restano purtroppo cristallizzate.
Di conseguenza, l’unico motivo di interesse che ne potrebbe, almeno in parte, giustificare la visione è la storia, per scoprire a quale destino maledetto sono andati incontro i protagonisti. E la mente torna di default al più riuscito Apache del collega corso Thierry de Peretti .Da questo punto di vista, l’operazione tiene alle corde la platea di turno, in particolare quando si arriva in prossimità dell’epilogo. Dalla violenza perpetrata sulla sedicenne nella cantina, il film acquista la giusta tensione, ma quando è ormai troppo tardi per risollevare le sorti dell’opera e invertire il trend negativo.

Francesco Del Grosso

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