The Northman

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8.0 Awesome
  • voto 8

Dei e vendette

Una scommessa a dir poco affascinante, quella intavolata da The Northman. Coniugare cioè il “naturalismo” cinematografico di Robert Eggers – regista già proiettato nella ristretta sfera del culto dopo appena due lungometraggi, il celebrato The VVitch (2015) e il rigoroso The Lighthouse (2019) – con l’epica delle leggende nordiche, per l’occasione concentrate in una storia di vendetta trasudante molteplici riferimenti culturali pregressi, come avremo modo di approfondire in queste righe.
X Secolo. Il principe Amleth, nome già di per sé piuttosto evocativo, nemmeno adolescente assiste all’omicidio dell’amato padre, re Aurvandil. Un delitto di potere perpetrato dal di lui fratello Fjölnir, presentato come sanguinario e senza scrupoli. Quest’ultimo ordina anche la morte di Amleth, che però riesce rocambolescamente a fuggire dopo aver visto portare via con la forza la madre Gudrún. Giura vendetta agli Dei, riproponendosi di onorare col sangue la memoria paterna e salvare il ventre materno da un destino infame. Una volta divenuto adulto (ed interpretato da Alexander Skarsgård, attore senza dubbio in possesso del fisico adatto al ruolo) cercherà di attuare i suoi piani, ma la realtà delle cose si rivelerà assai più complessa di quella, molto ipotetica, che si era costruito sin da giovanissimo.
Come e più dei suoi lungometraggi precedenti, preciso segnale di un’ammirevole coerenza poetica, anche The Northman è un’opera sulla prigionia, intesa sia in senso fisico che mentale. Amleth si rinchiude in una gabbia, isolandosi dal resto del mondo e costringendo se stesso a nutrirsi di odio, in omaggio alle migliori tragedie greche o shakespeariane, che dir si voglia. Arrivando persino a fingersi schiavo, da principe ereditario a nobile guerriero vichingo che era divenuto, pur di raggiungere l’obiettivo della propria vendetta. Parimenti a The VVitch e The Lighthouse anche The Northman diviene allora, nelle mani di Eggers, la cronaca minuziosa di un’ossessione invincibile. L’ineluttabilità antropologica della vendetta così a lungo agognata ed inseguita nelle oltre due ore di durata del lungometraggio è espressa attraverso una continua esibizione di una ritualità tesa alla disperata ricerca di un possibile trascendente, il desiderato Valhalla contrapposto ad un mondo osceno in cui regnano cieca violenza e prevaricazione del forte sul debole. Ogni evento appare dunque preordinato, facente parte di un oscuro disegno divino dove gli esseri umani altro non sono che marionette prive di fili governate da supposte entità superiori. Solo i personaggi femminili sembrano essere animati di volontà propria, un libero arbitrio in grado di condizionare, in qualche modo, il corso degli eventi. Non è affatto un caso, allora, che il “campo di battaglia” si sposti da un piano puramente fisico – e prettamente maschile – ad uno psicologico, che vede dibattersi i due personaggi cardine e di maggiore fascinazione del film, la matriarcale Gudrún interpretata da Nicole Kidman, autentica dark lady infida e manipolatrice in stile Lady Macbeth, idealmente contrapposta alla purezza della Olga impersonata da Anya Taylor-Joy, disperatamente protesa a distogliere con la forza del proprio amore Amleth dalle pulsioni vendicatrici che lo affliggono. Il tutto inserito in un contesto formale assolutamente ineccepibile, caratterizzato dalla superba fotografia livida del fedele collaboratore Jarin Blaschke – in parte debitrice del seminale Valhalla Rising (2009) di Nicolas Winding Refn – e dalla maniacale cura per il dettaglio della regia di Eggers, capace di ricordare i grandi della Settima Arte. Anche e soprattutto nell’abilità di percorrere strade artistiche del tutto personali, ben lontane dal puro intrattenimento da blockbuster.
Anche per tali motivi rimane tutta da appurare la risposta del grande pubblico nei confronti di un fantasy anomalo, proprio perché intriso di sotterranea modernità, come questo The Northman. Opera coraggiosa capace di prendersi tutto il tempo a disposizione prima di concludere un tumultuoso viaggio esistenziale suddiviso, non a caso, in incisivi capitoli. Ciò che al contrario sembra del tutto incontrovertibile è la continua evoluzione di un autore con la A maiuscola, in grado di ampliare i propri orizzonti ad ogni prova registica sostenuta. A nemmeno quarant’anni di età, gioco facile prevedere per Robert Eggers un futuro ricco di grandi traguardi e suggestioni.

Daniele De Angelis

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