The Last Porno Show

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Circolo vizioso

Con un titolo così, il nuovo film di Kire Paputts non può non attirare su di sé un certo grado d’interesse. Ma attenzione la pellicola in questione, presentata nella sezione “After Hours” della 37esima edizione del Torino Film Festival dopo la prima mondiale dello scorso settembre in quel di Toronto, non è un prodotto a uso e consumo dei frequentatori del cinema per adulti. Così come Boogie Nights, Un couteau dans le cœur o Il gusto dell’anguria, The Last Porno Show è un film nato e concepito per la fruizione sul grande schermo che ci immerge nel mondo dell’hardcore solo ed esclusivamente per raccontare una storia e non per soddisfare i piaceri e le estasi della carne.
Nello specifico, l’opera seconda del regista canadese non ci conduce alla scoperta dell’industria a luci rosse attraverso una messa in scena di natura metalinguistica come nei film sopraccitati che diventa essa stessa contesto di una drammaturgia più ampia. L’ultima fatica dietro la macchina da presa di Paputts fa di una sala a luci rosse il crocevia di un’esistenza e un punto d’incontro tra un figlio e il proprio genitore. La storia parla di Wayne, un attore non professionista che utilizza il ‘metodo’ e che eredita dal padre, che non vede da molto tempo, l’ultima sala cinematografica per adulti della città e da quel momento inizia la sua discesa agli inferi nell’oscuro mondo della pornografia; allo stesso tempo fa di tutto per risolvere i traumi legati alla sua giovinezza e tenta di trovare un punto di incontro con una persona che conosceva a malapena.
Letta la sinossi è quindi chiaro in quale direzione vada il film, che è quella del confronto generazionale e dei legami famigliari. Corpus di temi ai quali si va ad affiancare una riflessione sulla mercificazione dei sentimenti, della difficoltà di coltivarne di sani, dell’incomunicabilità e della solitudine. Il protagonista di The Last Porno Show è lo specchio che riflette in maniera sempre più “sporca” tutto questo, diventandone parte integrante e attiva, così come era successo al Brandon di Shame, un giovane uomo d’affari di New York che vive una vita di totale asservimento a droghe e soprattutto al sesso. La profonda sofferenza per la sua condizione di dipendenza lo porta a desiderare di essere solo. Il Wayne della pellicola del cineasta canadese affronta il percorso inverso, che dalla chiusura lo porterà a un’apertura nei confronti dell’altro, a cominciare da un padre sino a quel momento sconosciuto e che imparerà a conoscere nel momento in cui metterà piede nel cinema e nell’appartamento lasciati in eredità, laddove da piccolo aveva trascorso dei momenti in sua compagnia. Ma per farlo dovrà passare suo malgrado per un circolo vizioso nel vero senso della parola ed entrare in contatto con un mondo e con chi lo popola.
Ovviamente non mancano sulla timeline scene più spinte, ma diventano solo pruriginoso contesto e visioni funzionali a una narrazione che ha come baricentro le disavventure affettive, sentimentali, parentali e se vuoi anche esistenziali di un uomo. Un uomo che è prima di tutto un figlio che per tracciare il vero identikit di un padre mancato deve esplorarne il torbido passato. Una ricerca che Paputts affida alla convincente interpretazione di Nathanael Chadwick e nella fotografia dal sapore vintage che richiama i colori e le atmosfere del cinema hard.

Francesco Del Grosso

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