Falò all’alba

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

La trasmissione del sapere

Grazie al rapporto di osmosi creatosi con l’Ottobre Giapponese, da qualche anno a questa parte il Ravenna Nightmare propone succosi appuntamenti con il cinema dell’arcipelago nipponico, affastellando di edizione in edizione autentiche chicche. Tale sguardo è rivolto sia alle opere più interessanti della modernità che in in senso retrospettivo. Quest’anno a tenere banco, per quanto concerne il cinema del passato, è stato l’interessante focus sui cortometraggi di Okamoto Tadanari (1932-1990), animatore indipendente giapponese poco noto forse in Italia che però ha fatto collezione di premi sia in patria che all’estero. Dell’eclettico cineasta, capace di rapportarsi a differenti stili e tecniche di animazione, sono stati riproposti due lavori: La ballata magica della volpe (1982) e Un ristorante con molte richieste (1991), entrambe fantasmagorie intrise di un certo lirismo, con atmosfere decisamente più tenebrose e inquietanti nel secondo corto. Così da compendiare, all’interno di questa piccola selezione, i temi più cari all’autore, che sembrerebbero spaziare dal mondo favolistico della Tradizione agli orizzonti più vicini nel tempo della letteratura fantastica giapponese.

Un rapporto vivo con la Tradizione è però, per altri versi, tra gli spunti più fecondi del lungometraggio più recente di questa sezione del festival: Falò all’alba (2019) di Koichi Doi, presente anche a Ravenna per parlare della sua opera. Film intenso e profondo che ha rappresentato, per inciso, una delle scoperte migliori di tutta la diciassettesima edizione del Ravenna Nightmare.
Più che documentare una situazione, Falò all’alba la mette in scena nella sua complessità, anche emotiva: spunto di partenza è il desiderio espresso da Motonari Okura, grande interprete dell’antica farsa Kyōgen, di trasmettere il mestiere a suo figlio Yasunari. Perpetuando così quella tradizione famigliare che è alla base di questa particolare forma teatrale, le cui origini risalgono al XIV secolo. Aprendo una breve (e campanilistica) parentesi, il registro comico del Kyōgen non è del tutto ignoto al pubblico capitolino con una forte passione per l’Estremo Oriente, dato che (iniziative dell’Istituto Giapponese di Cultura a parte) anche il Teatro Vascello di Roma propose qualche lustro fa spettacoli di un certo spessore, vista la presenza in scena di qualche interprete considerato dalla cultura nipponica Tesoro Nazionale Vivente, inerenti proprio a tale arte.
La forza di Falò all’alba è però lo svincolarsi dalla necessità di rendere semplicemente omaggio al teatro Kyōgen, di cui pure sono mostrati gli stilemi e l’irresistibile comicità dai toni popolareschi ed onomatopeici, con tanto di ritualizzate imitazioni di animali domestici, spostando invece l’asse del discorso sul rapporto padre-figlio, sul dialogo non sempre facile tra generazioni diverse. Per migliorare l’apprendistato e provare uno spettacolo, Motonari e Yasunari, papà e figlio nonché suo discepolo, si spostano infatti all’inizio del film in quello chalet di montagna appartenente alla famiglia, che però non viene utilizzato da tempo. Il loro diventa un viaggio concettuale e anche fisico nel Giappone profondo. Quando l’artista cerca di tramettere il proprio sapere al non sempre partecipe ragazzino in modo rigido, severo, pensando solo alla tecnica, il dialogo non si evolve. Ma quando l’apprendimento entra finalmente nella sfera quotidiana, diventando gioco, contaminando gioiosamente l’ambiente circostante, anche per il recalcitrante Yasunari il retaggio della Tradizione smette di essere materia inerte e comincia a pulsare di vita. Tutto ciò col fondamentale apporto poi di alcuni singolari vicini di casa, presenti lì in montagna; tra i quali spicca la presenza di una malinconica ragazzina che ha perso tantissimo con la tragedia di Fukushima (episodio che diviene qui specchio oscuro e veritiero dei problemi del Giappone contemporaneo) e che proprio avvicinandosi al Kyōgen (contrariamente a un costume che teneva le donne lontane da tale forma teatrale, come a voler rendere dinamica quella Tradizione che, se chiusa in se stessa, finirebbe per soffocare) troverà stimoli nuovi e un desiderio reale di ricominciare.

Stefano Coccia

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