The Duke of Burgundy

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6.0 Awesome
  • voto 6

La schiavitù della falena

Il nome del regista britannico Peter Strickland ha fatto breccia due anni orsono nel cuore degli appassionati di quello che viene definito, sempre un po’ all’ingrosso, “cinema di genere”, con lo splendido Berberian Sound Studio: una riflessione sulla nostra cinematografia anni ’70 dal punto di vista di uno degli elementi portanti, il sonoro, dando vita a un racconto ambiguo e fascinoso, spiazzante e stilisticamente egregio. Già con la pellicola d’esordio, l’ottimo crime/drama Katalin Varga (2009), Strickland aveva dimostrato un talento non comune. Era dunque doverosa l’attesa per la sua nuova opera, The Duke of Burgundy, presentata in concorso al TFF 2014 e che è valsa il – meritatissimo- premio come Miglior Attrice (ex-aequo con l’eccellente Hadas Yaron di Felix & Meira) alla danese Sisde Babett Knudsen, che nel film di Strickland offre un’interpretazione mirabile.
Aspettative molto alte, in parte purtroppo disattese da un film discontinuo, eccessivamente estetizzante, talvolta virtuosistico, e con uno script (firmato dallo stesso Strickland) non sempre attento come dovrebbe all’analisi dei personaggi, in un narrato che si focalizza sulla relazione dominata/dominante tra due donne: la facoltosa Cynthia (interpretata dalla Knudsen) e la più giovane Evelyn (l’attrice torinese Chiara D’Anna). Il titolo del film fa riferimento a una tipologia di falena diffusa in Gran Bretagna (Hamearis Lucina), una farfalla dunque attirata da quella stessa luce che può rivelarsi letale: dettaglio che dice già molto sul film, in cui le pulsioni sadiche e masochistiche sono parte integrante di una fascinazione verso Thanatos, un senso di morte e decadenza onnipresente nel plot e nelle atmosfere. Cynthia è una studiosa di entomologia, e l’approccio filmico di Strickland è, nelle intenzioni, quasi scientifico, nel tentare di dissezionare un tipo di relazione i cui ruoli sono più che mai interscambiabili: la linea che separa il dominante dal dominato è assolutamente fragile, flessibile, ben lungi dall’essere netta.
The Duke of Burgundy offre un ottimo incipit, nel mostrare  Evelyn che giunge a casa di Cynthia nei panni di una cameriera, il cui lavoro viene severamente criticato con conseguente punizione: tipico gioco di ruolo, in cui le due protagoniste vengono presentate in modo efficace e chiaro. Nello svolgersi del narrato Strickland pare voler mettere troppa carne al fuoco, cercando di eviscerare e ribaltare le dinamiche di un rapporto problematico e in cui cova il conflitto: Evelyn segue un pattern preciso nel suo essere schiava, schema rigido che Cynthia inizia a respingere, passando le serate a leggere indossando un maxi-pigiama piuttosto che la solita, rituale lingerie. Inutile sottolinearlo, chi conduce realmente i giochi è Evelyn, che dà ordini precisi alla compagna dietro a una finta maschera di sottomissione. La stanchezza di Cynthia nel seguire regole definite, nel suo voler ritrovare un’identità propria, spinge la giovane a cercare altrove ciò che vuole: vi sono tutti gli ingredienti di qualsiasi storia d’amore, poiché ogni relazione si basa, ovviamente in misure diverse, su una co-dipendenza tra due individui; è proprio qui che Strickland non riesce a centrare l’ambizioso bersaglio, girandoci attorno senza mai arrivare al dunque. L’analisi di un rapporto così complesso e stratificato, che muta di pelle nel corso del film in modo tormentato e doloroso, non è sufficientemente approfondita, bensì delegata a sequenze isolate che accennano senza addentrarsi a sufficienza. Come già si diceva, The Duke of Burgundy soffre di estetismi eccessivi, con un visivo tecnicamente ottimo (la fotografia di Nicholas D. Knowland rende al meglio l’atmosfera sospesa e senza tempo del quotidiano, ed è altrettanto efficace nelle scene più visionarie), molti riferimenti a un certo cinema anni ’70, da Jesus Franco a Jean Rollin nella rappresentazione di un rapporto saffico che qui riesce a non toccare mai il pruriginoso. Il problema principale del film è il suo diluirsi eccessivamente, disperdendosi in sequenze in cui l’immagine è fine a se stessa, smarrendosi e non trovando una direzione precisa, proprio come una falena nel buio: ci si ritrova in un territorio ibrido, tra cinematografia di genere, sperimentazione e dramma, ma il materiale è troppo abbondante e finisce per non trovare una collocazione precisa.
La magistrale interpretazione della Knudsen non è sufficiente a salvare un’opera che lascia un senso di incompiutezza, di leggerezza eccessiva nonostante la tematica potente, e l’attenzione feticistica per il dettaglio finisce per far perdere di vista il quadro d’insieme. Peccato.

Chiara Pani

1 commento

  1. non capisco xkè films lesbici,vale a dire commedie o drammatici,non si possan vedre quando nel web c’è tanto marcio da far paura.
    franzy

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