Cold in July

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Padri e figli

Le opere dello scrittore statunitense Joe R. Lansdale, multisfaccettate in quanto frutto di influenze assai diverse, non sono mai state adeguatamente tenute in considerazione dal grande schermo, con alcune eccezioni: il romanzo breve Bubba Ho-Tep (2002, edito in Italia nel 2004 da Addictions-Magenes Editoriale), che è diventato il grande omonimo film di Don Coscarelli (2002), il racconto Incident on and off a Mountain Road, che sempre per mano di Coscarelli ha fatto parte della prima stagione dei Masters of Horror (2006), e Christmas of the Dead, da cui nel 2012 è stato tratto l’ultra low-budget diretto da T.L. Lankford.
Cold in July (1989, pubblicato in Italia col titolo di Freddo a Luglio, Ed. Fanucci, 2004) è dunque il primo romanzo lungo di Lansdale oggetto di una trasposizione cinematografica, e il risultato è stato eccellente.
La pellicola è diretta da Jim Mickle, a cui il TFF 2014 ha dedicato una tranche della sezione After Hours con una piccola ma godibilissima retrospettiva: la filmografia del 35enne Mickle conta finora quattro lungometraggi, ma fin dal suo esordio nel 2006  con Mulberry Street si è rivelato autore da tenere, strettamente, sott’occhio. La riconferma giunge nel 2010 con l’ottimo Stake Land, vampirico che esce dagli schemi, col sodale Nick Damici (anche co-sceneggiatore di ogni sua opera) a farla da padrone in un film che è doveroso recuperare. Dopo la buona prova di We Are What We Are (2013), remake del messicano Somos lo que hay (2010), Mickle abbandona l’horror e si tuffa nel southern noir di Lansdale, dando vita così a quello che, finora, è probabilmente il suo film più riuscito in un curriculum assai degno di nota.
LaBorde, Texas – 1989: Richard Dane è un corniciaio, sposato e con un bambino, dalla vita tranquilla, per molti versi monotona. La routine viene spezzata dall’irruzione di un ladro in casa sua, una notte, che Richard uccide a causa di un colpo di pistola partito per sbaglio. La polizia archivia il caso come legittima difesa, e il padre del ragazzo a cui ha sparato, Ben Russell, non lo perdona, iniziando a perseguitarlo. Ma qualcosa non torna, e ben presto Richard scoprirà che la polizia sta giocando sporco: da “nemico”, Ben diverrà suo alleato e, insieme al detective privato Jim Bob, i tre si metteranno in viaggio per scoprire la verità.
Questo il plot, in pillole e assai sintetizzato: chi conosce il romanzo, sa bene che questo è solo il punto di partenza di un narrato che prende più volte direzioni diverse, partendo dal personaggio di Richard e dalla sua intimità domestica per poi espandersi, assumendo di volta in volta tinte che vanno dal pulp alla satira, dal dramma fino al western. Nella sceneggiatura, come si diceva, vi sono alcune variazioni: nel film la vicenda del suicidio del padre del protagonista non è mai menzionata, lasciandone però intravedere delle tracce, nel suo rifiuto per le armi (la pistola che ha usato per sparare era proprio del genitore) e nella ricerca di una figura paterna, che identifica in primis in Ben, che col figlio (interpretato da Wyatt Russell, figlio di Kurt) ha un rapporto basato sull’assenza, non vedendolo da anni, ma anche nel gioviale – e al tempo stesso pervaso da venature di malinconia – Jim: due uomini di mezza età che danno uno scossone alla sua vita di trentenne tediato nonché giovane padre.
E’ proprio sul rapporto padri/figli che viene messo l’accento, sui legami di sangue che possono portare a gesti estremi, al rifiuto, ma soprattutto al dolore: seppur vi sia un forte sottotesto ironico, e molte sequenze strappino sinceri sorrisi, Cold in July resta un dramma a più voci, solitudini diverse che si uniscono per un lasso di tempo, alla ricerca di risposte che forse, sarebbe meglio non ricevere.
Oltre allo splendido narrato, l’asso nella manica del film è il cast, a dir poco perfetto e assortito in modo mirabile: Richard ha il volto di Michael C. Hall, che qui recita lavorando di sottrazione, dando vita a un personaggio solo apparentemente debole; Ben è interpretato da un grandissimo Sam Shepard, purtroppo spesso sottoutilizzato, che in Cold in July riesce a caratterizzare appieno la figura di Ben con poche, indispensabili parole, trovando forza negli sguardi, e in una non-rassegnazione per la quale pagherà un prezzo assai alto. Don Johnson, che a partire da Machete (2010) di Rodriguez sta conoscendo una seconda (e meritata) giovinezza cinematografica, veste i panni di Jim Bob: eccentrico detective texano purosangue, mai macchiettistico, riesce a bilanciare diversi registri recitativi, offrendo una prova eccelsa.
La polizia ne esce malconcia, nel mettere in mostra gli aspetti più biechi delle forze dell’ordine, così come il proverbiale giustizialismo del Texas (stato in cui Lansdale è nato): Richard detesta le armi, per motivi legati anche al suo passato, e si ritrova circondato da gente rozza che si complimenta con lui per aver “sparato alla feccia”.
La pellicola può essere vista, nelle sue molteplici sfaccettature, anche come un omaggio al cinema degli anni ’80 nelle sue forme migliori, con la splendida fotografia firmata da un altro fedelissimo di Mickle, Ryan Samul, e lo score di Jeff Grace: un synth tipico degli eighties, angoscioso e volutamente ripetitivo, che ricorda molto da vicino le composizioni Carpenteriane.
Cold in July è un piccolo ma al tempo stesso grandissimo film, profondamente onesto negli intenti, sincero dall’inizio alla fine: un tipo di cinema di cui si sente molto spesso la mancanza ma che quando emerge, è da tenere stretto come un tesoro. Imperdibile.

Chiara Pani

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