White God

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7.0 Awesome
  • VOTO 7,5

Torna a casa bastardo di un Lassie!

Cani di razza e cani meticci. Anche quello di Kornél Mundruczó, eclettico regista magiaro di cui solo ora viene distribuito un film in Italia, è un “cinema meticcio”. Meticcio, ma dal punto di vista stilistico, poiché l’autore è abituato a sperimentare, a contaminare i generi e gli stessi elementi contenutistici, sempre alla ricerca di un qualcosa che colpisca l’emotività dello spettatore arrivando se necessario a risultare irritante. In questo può persino ricordare un piccolo Von Trier dell’Europa centro-orientale. Sia per l’abilità nel lanciare provocazioni, etiche ed estetiche, che per l’eleganza un po’ manierata di certe “intro”. E questo suo camaleontico talento non sarà di certo sfuggito a chi ne conosce i trascorsi cinematografici. L’esempio migliore ci sembra sia rimasto Johanna (2005), mirabolante trasposizione della Passione di Giovanna d’Arco in forma di musical e con sullo sfondo un moderno ospedale, che avevamo potuto ammirare anni fa al Trieste Film Festival.

Il film che viene ora distribuito, White God, è reduce dall’ultima edizione di Cannes, dove pare abbia riscosso un certo interesse. La curiosità nata intorno al film di Mundruczó non ci sorprende affatto: tutto si può dire, tranne che lasci indifferenti. E anche ai nostri occhi, seppur con qualche riserva sul valore complessivo della metafora, questo intenso e sanguigno quadro allegorico coi cani abbandonati che si ribellano alla mano dell’uomo rivela una notevole forza visiva e concettuale.

Di primo acchito White God potrebbe sembrare una semplice favoletta animalista. La storia è ambientata in una Budapest dall’aria quantomai fatiscente. Protagonista una ragazzina, la cui sensibilità appare assai differente da quella di chi gli sta intorno, costretta a rinunciare al suo adorato cane da un padre distante, severo, il quale vorrebbe disfarsene per motivi tutto sommato futili: si rifiuta infatti di pagare una piccola tassa, da poco istituita per discriminare i “bastardi” rispetto ai cani di razza pura. Quasi superfluo sottolineare che dettagli come questo, nell’Ungheria di oggi sempre più votata a un individualismo spinto, al rifiuto dei vecchi ideali socialisti e a un nazionalismo dal carattere becero e fortemente xenofobo, assumono carattere rivelatore. Fatto sta che il film, girato con una perizia resa ancora più ammirevole dalla complessa interazione sul set di uomini e cani, procede a gran ritmo, raccontando in parallelo la disperata ricerca del proprio animale da parte della bambina (con conseguente ribellione alle varie autorità, in primis quella paterna) e le vicissitudini del cane stesso. Qui la mano del regista è decisamente audace. Sia quel continuo fuggire dagli operatori del canile che, soprattutto, l’ambiente dei combattimenti clandestini in cui si sfidano esemplari ringhianti e furiosi, vengono resi con un elevato tasso di drammaticità e di violenza.
Tutto questo condurrà poi a un’immaginifica ribellione degli animali stessi, il cui iter tumultuoso e selvaggio può ricordare ai cinefili tanto Gli uccelli di Hitchcok (la gente terrorizzata che scappa dalla strade per rifugiarsi nelle auto, nei negozi e nelle case) che la saga de Il pianeta delle scimmie, specie nelle sue rivisitazioni più recenti, dove il ruolo dell’animale che si pone alla guida della rivolta è ancora più evidenziato.

Ciò che traspare di una simile opera, che non nasconde certo le sue ambizioni, è innanzitutto la predisposizione ad avere molteplici livelli di lettura. Un po’ come nel classico gioco di scatole cinesi, si va dal godimento istintivo ed empatico della forma base del racconto, con le sue implicazioni affettive cui non è immune un sentimento ambientalista, al progressivo sovrapporsi di significati (e significanti) metaforici che alludono poi alla rigidità di un ordinamento sociale, sotto la cui apparente stabilità giacciono forze pronte a ribaltarlo, nel loro esplodere violento e improvviso. Non in tutti i momenti della narrazione Kornél Mundruczó riesce a sviluppare coerentemente i presupposti di tale impianto metaforico, ma quando ci riesce dà vita anche a scene potenti, dotate di un loro forte valore iconico, dalle quali lo sguardo resta quasi soggiogato.

Stefano Coccia

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