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The Devil’s Candy

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VOTO: 7

Hell’s Bells

Un Male oscuro, seducente e misterioso quello che si insinua, cantilenante, nelle orecchie e nella mente dello spettatore di The Devil’s Candy, horror indipendente dalle suggestioni sataniste dell’australiano Sean Byrne. Un male che lo psicolabile Ray Smilie (Pruitt Taylor Vince) tenta di contrastare eseguendo riff di chitarra a tutto volume nella sua stanza e che Jesse Hellman (Ethan Embry), pittore metallaro e padre di famiglia, imparerà ben presto a conoscere nelle forme di una macabra e visionaria ispirazione artistica.
Si escludessero le poche cadute di stile, sparse qua e là all’interno di una vicenda dal ritmo sorprendentemente ben calibrato, abile nel gestire il precario equilibrio tra tensioni e aspettative, tra gusto per la sorpresa e un immaginario che dire abusato è poco, The Devil’s Candy sarebbe, forse, l’horror più solido e interessante della stagione.
D’altronde non sarebbe nemmeno una sorpresa visto che dietro a questa ennesima storia di famiglia perseguitata da un’oscura presenza, c’è il medesimo occhio attento, tanto alla messa in scena quanto a giocare, stravolgere o irridere un certo immaginario, che era balzato all’attenzione internazionale con quel trionfo splatter dall’umorismo nerissimo e iconoclasta che è stato The Loved Ones.
Una piacevole conferma, dunque, che pur non allontanandosi né destabilizzando le più consolidate logiche di genere nulla toglie a un prodotto finale che, senza troppe pretese, si dimostra capace di rielaborare orrori immaginifici fatti di possessioni, serial killer e visioni demoniache virandoli in un’originale e fiammeggiante confezione dalla delirante estetica rock.
Come i quadri che Jesse compone in stato di trance, inquietanti e angosciose avvisaglie di un’imminente apocalisse privata, così i novanta minuti di The Devil’s Candy scorrono con la visionarietà diabolica e suggestiva di una cover da album heavy metal in movimento, rapidi e rabbiosi come una canzone degli Slayer, mentre una corsa contro il tempo per fermare un killer implacabile assetato di nuove, giovani vittime, tinge il tutto con le tinte cupe e adrenaliniche del thriller.
Tra musiche martellanti, fascinose trovate visive, personaggi ben caratterizzati e riflessi cristologici vari, quest’ultima epigone del racconto demoniaco, asciugando al massimo i suoi caratteri paranormali e puntando tutto sull’evocativa e accattivante inquietudine della sua messa in scena, si fa suggestiva parabola sul male imperante nel mondo e dignitoso esempio di un intrattenimento incalzante e avvolgente, tanto per gli occhi quanto per le orecchie.

Mattia Caruso

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