Kilo Two Bravo

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Attenti a dove mettete i piedi

Unico war movie presente nella sezione After Hours della 33esima edizione del Torino Film Festival, Kilo Two Bravo non passerà di certo alle cronache cinematografiche come uno dei migliori esempi offerti dal ricco filone bellico contemporaneo, ma gli ultimi 40 minuti circa dei 108 complessivi non meritano come quelli che li hanno preceduti di finire nel dimenticatoio. All’opera prima di Paul Katis, apprezzato produttore e regista di cortometraggi britannico, occorre infatti più tempo del previsto per innescarsi, ma quando ciò avviene i benefici non tardano a manifestarsi, peccato che per una timeline che sfiora le due ore non sia abbastanza per ribaltarne totalmente le sorti. Questa fase in cui la pellicola alza orgogliosamente la testa serve più che altro a dare un senso al tutto, riportandola appena al di là della linea di galleggiamento della sufficienza, ma allo stesso tempo fa aumentare l’amaro in bocca al solo pensiero di ciò che sarebbe potuta essere e invece non è stata.
Il film prende quota solo quando dalle parole si passa finalmente ai fatti, vale a dire quando una normale e apparentemente tranquilla missione di pattugliamento di routine si trasforma all’improvviso in un autentico bagno di sangue. Con l’esplosione della prima mina si genera una reazione a catena che cambia pelle a un racconto che, sino al giro di boa e alla conseguente rottura del climax, sembrava destinato alla debacle. Non che il sussulto faccia fare un salto di qualità decisivo al film sul versante drammaturgico, ma quantomeno lo sottrae alla stretta letale dei tentacoli avvolgenti della mediocrità.
Anche se la credibilità rispetto agli eventi mostrati sullo schermo è sempre in equilibrio precario, tanto da rischiare di precipitare nel vuoto senza alcuna protezione in più di un’occasione, a conti fatti Kilo Two Bravo fa registrare grazie alla seconda parte una buona dose di tensione e adrenalina, iniettata direttamente nelle vene dello spettatore di turno. Se la prima ora e passa ha le sembianze del tracciato piatto di un elettrocardiogramma, la restante fetta di minutaggio a disposizione si caratterizza al contrario per la presenza di una serie di picchi  figli di accelerazioni del ritmo e di un quantitativo maggiore di scene d’azione. Quest’ultime non fanno parte del tradizionale menù del genere in questione, a base di conflitti a fuoco, fragorose detonazioni o bombardamenti, piuttosto del percorso di sopravvivenza di un gruppo di soldati costretto a misurarsi con un nemico spietato, nascosto nel sottosuolo. Siamo in Afghanistan, anno domini 2006: un battaglione inglese è di stanza vicino alla diga Kajaki. Le giornate dei militari trascorrono tra cameratismo, tempi morti e qualche scontro con i talebani. Quando una pattuglia mandata in esplorazione rimane bloccata in un campo minato, la situazione precipita in maniera drammatica e una giornata di sole si tramuta in un inferno a cielo aperto. Vuoi o non vuoi, la mente torna al tesissimo Land of Mine di Martin Zandvliet (in anteprima alla decima edizione della Festa di Roma e prossimamente nelle sale nostrane), che ha come protagonisti dei giovani prigionieri tedeschi deportati in Danimarca e costretti a sminare due milioni di ordigni disseminati dagli ex occupanti lungo la costa ovest del Paese. Si tratta, però, solo di una suggestione legata alla presenza in entrambi i film della stessa tipologia di nemico, poiché Kilo Two Bravo non riesce mai a raggiungere la suspense e il coinvolgimento emotivo offerti alla platea dal cineasta scandinavo.

Francesco Del Grosso

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