The Bad Batch

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Un’occasione sprecata

Con il suo primo lungometraggio A Girl Walks Home Alone At Night (2014), che fece il suo debutto nella cornice del Sundance Film Festival, la regista di origini iraniane Ana Lily Amirpour si era aggiudicata il plauso del pubblico e l’approvazione della critica. L’ultima fatica The Bad Batch era quindi tra i film in concorso più attesi della 73esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, e a visione ultimata possiamo affermare che solo in parte ha soddisfatto le alte aspettative.
In The Bad Batch A. L. Amirpour opta per un’ambientazione radicalmente diversa da quella urbana del suo esordio registico: sfondo di questa vicenda apocalittica sono le lande desertiche del Texas, catturate in tutta la loro bellezza da una fotografia a tinte calde che soppianta il tetro b/n di A Girl Walks Home Alone At Night. Ad essere invariata è invece la preminenza accordata alla figura femminile, e dopo la vampira protagonista della sua opera prima facciamo la conoscenza di una ragazza senza nome (Suki Waterhouse), appartenente ad un “lotto difettoso” che in un futuro cronologicamente indefinito raccoglie i diversi, gli esclusi, ed in generale chiunque venga avvertito come scomodo in una comunità. Per assicurarsi la sopravvivenza in un ambiente pesantemente ostile, questi negletti ricorrono al cannibalismo, e lo script, soprattutto nella prima parte, è costellato da una lunga serie di amputazioni corporali (a partire da quella della protagonista). Spiraglio di luce in questo scenario desolato è un luogo chiamato Comfort, che tramite la somministrazione di sostanze allucinogene disinnesca le paura di chiunque riesca ad approdarvi.
The Bad Batch decolla rapidamente: la nebulosità e l’anomalia di quanto viene rappresentato catturano l’attenzione, che rimane desta fino a quando non ci si rende conto che oltre la dirompenza e l’efficacia visiva di una simile idea non rimane molto altro. In questi due anni la regista non sembra essere venuta a capo dei limiti riscontrabili già in A Girl Walks Home Alone At Night: dopo non molto il film comincia a girare a vuoto, e l’atmosfera accattivante che comunque conserva non ovvia alla sua andatura discontinua. Inoltre, se nel lavoro precedente si manteneva comunque una certa coerenza a livello tematico, nella seconda parte di The Bad Batch l’impronta macabra che contribuiva non poco al suo fascino si perde in derive sentimentali scontate (soprattutto negli ultimi minuti del film) e che ne disinnescano la forza dirompente. Anche la rappresentazione di Comfort e del suo leader (un ritorno sulle scene decisamente poco glorioso per Keanu Reeves) oltre ad avere del già visto non riesce ad armonizzarsi col resto della storia.
Una parziale delusione, dunque, quella di The Bad Batch, che se da una parte ha confermato il talento di A. L. Amirpour, dall’altra non è stato in grado di conferire al tema affrontato, già di per sé incisivo, uno sviluppo narrativo degno delle sue potenzialità.

Ginevra Ghini

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