Indivisibili

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Un legame indissolubile

Cosa hanno in comune Fratelli in erba, Inseparabili, Il ladro di orchidee, È arrivato mio fratello e Freaks? Si tratta di film lontani anni luce l’uno dall’altro per provenienza, età, stile, drammaturgia e soprattutto paternità; eppure qualcosa in comune ce l’hanno e quel qualcosa è la presenza nel plot di una coppia di gemelli su e intorno al quale costruire e fare roteare la storia. Ma quella riportata è solo una piccola lista di titoli con la suddetta caratteristica, che con una buona memoria può essere ulteriormente ampliata. Per farlo cominciamo con una pellicola di recentissima produzione, ossia Indivisibili, l’opera terza di Edoardo De Angelis che, dopo le apparizioni festivaliere in quel del Lido alle Giornate degli Autori della 73esima Mostra di Venezia e del Festival di Toronto, approda nelle sale nostrane a partire dal 29 settembre con le 150 copie messe a disposizione dalla Medusa.
Il film del regista campano, fatta eccezione per l’ingrediente gemellare, non ha altri elementi in comune con quelli sopraccitati se non un piccolissimo richiamo all’opera di Tod Browning del 1932, quel Freaks nella quale si conta la presenza tra i vari personaggi coinvolti di due sorelle siamesi che rispondono ai nomi di Dasy e Viola. E con gli stessi nomi De Angelis e gli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Barbara Petronio battezzano le protagoniste di Indivisibili, un intenso e denso romanzo di formazione che vede coinvolte due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste per dare da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere, aprendo definitivamente gli occhi sulla possibilità di una vita “normale” all’insegna dell’indipendenza dopo un cammino di lotta, fatica e sofferenza.
De Angelis porta sul grande schermo un racconto di crescita che si dirama lungo un percorso accidentale che ha come destinazione finale la libertà personale. Un percorso, quello delle due gemelle, che nel loro specifico caso non può non passare per una dolorosa separazione dopo un cammino di simbiosi e condivisione assoluta. Ma Indivisibili è prima di tutto una storia di accettazione della propria diversità, che ha il grande merito di affrontare questo tema universale senza banalizzarlo, anche se in alcuni frangenti il campanello d’allarme sembra volersi attivare. Per fortuna ciò non avviene, perché a scongiurare la minaccia c’è una scrittura attenta e ragionata, che si dimostra capace di non fare scivolare la storia e i personaggi che la animano nelle sabbie mobili; le stesse dove molto cinema italiano è solito impantanarsi. La tridimensionalità nel disegno delle figure principali e di contorno, che passa attraverso l’abolizione della schematica divisione tra buoni e cattivi, è uno degli “strumenti” utilizzati per impedirlo. Ciascuno di loro, a cominciare dalle due protagoniste, è un agglomerato di sfumature che vanno dal nero al bianco, dalle certezze alle incertezze, dal coraggio alle paure. Per farlo, il regista di Mozzarella Stories e Perez si muove su un territorio d’indagine drammaturgica dove vige un equilibrio volutamente imperfetto tra gli opposti: il terreno e lo spirituale, l’attrazione e la repulsione, la bellezza e il degrado. Il tutto sullo sfondo di una Napoli anch’essa in bilico, né cartoliniera né marcia, che ha il suo baricentro topografico a Castel Volturno e sul litorale Domizio. Lì Dasy e Viola combatteranno la propria battaglia per l’indipendenza, ribellandosi a un destino scritto per loro prima dalla natura, poi dalle persone che le circondano, ossia quegli affetti familiari che le vogliono protagoniste di un perenne reality dal quale vogliono allontanarsi.
Poi non può mancare all’appello il pericolo di un eccessivo buonismo, che quando si decide di trattare simili argomentazioni è sempre nascosto dietro l’angolo. Non a caso alcuni addetti ai lavori lo hanno rintracciato nell’epilogo, un epilogo che per quanto ci riguarda, nel suo non prestare il fianco al pronosticabile, è tutto tranne che buonista. Ma questo è un giudizio soggettivo che resta appeso alla fruizione del singolo spettatore al termine della visione. E così è giusto che sia.

Francesco Del Grosso

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