A Girl Walks Home Alone at Night

0
8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il fascino discreto dell’hipsteria

Il gatto, la vampira, la puttana, il pappone, il James Dean dei poveri, l’eroina sparata in vena, l’elettronica e l’indie rock, le magliette a righe, i vampiri col chador, i morti e i non morti, il bianco e nero, gli spaghetti western, gli skateboard che schizzano per le strade, le feste in maschera, i fumetti, i dischi in vinile e le audiocassette, la solitudine dei numeri zero e l’amore weirdo.
A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour è un affascinante zibaldone di immagini patinate che (ri)elabora a piè pari l’immaginario cinematografico cult già saldo nella mente dello spettatore.
Prevedibilmente, l’amalgama di istanze pop e le citazioni a mitragliatrice a cui si aggrappa l’estetica ponderata ed autocompiaciuta della regista, scontenterà i critici più ortodossi. Quest’ultimi, forti delle loro asettiche doti analitiche, riusciranno a vedere nel citazionismo sfrenato da cui muove la pellicola una sostanziale mancanza di originalità contenutistica e nell’agognato rigore formale che permea l’inquadratura, l’ennesimo insoluto esercizio di stile.
Ma a pensarci bene chi se ne frega dei critici?

Sarebbe meglio confinare nel buio della sala le loro opinioni cariche di insoddisfazioni perenni, e affidarsi invece, a proiezioni mentali molto più confortanti e meno raffinate. Come immaginare, ad esempio, a quanto quest’opera indipendente,  in un’ottica molto più popolare, possa, con la potenza propria della decadenza, causare orgasmi multipli allo spettatore lettore medio di VICE. Più o meno cinefilo. Con o senza barba. Più o meno hipster.
La Bad City in cui la Amirpour edifica la sua personale Sin City iraniana è un non luogo visionario. Un urbano set western che rimanda all’est. Che sa di persiano ma è costruito in California. Una città desolata e desolante che rifiuta il colore di qualsiasi volontà illusionistica per concedersi allo spettatore in un surreale avvolgente bianco e nero privo di coordinate spaziali definite.
In un tempo sospeso e dilatato a dismisura, questo cupo contenitore cittadino viene trasformato in una incubatrice di storie urbane che la macchina da presa descrive nella loro incompletezza, senza svelarne i pregressi input generativi e senza identificarne i punti di arrivo.
Il background culturale della regista confluisce prepotentemente nella pellicola. Un circolo virtuoso riporta in scena, attraverso i corpi dei personaggi, le icone pop amate dalla Amirpour, i modelli musicali assorbiti nel tempo e gli archetipi cinematografici che hanno plasmato il suo immaginario. In un frullatore vengono inseriti Sergio Leone, Sophia Loren e David Lynch, Ennio Morricone, i Federale e i White Lies, un pizzico di horror, una porzione di grottesco, un accenno di commedia sentimentale, un tocco di western e una spolverata di noir. Si preme sul tasto on e l’elettrodomestico inizia mixare. Tutto si fonde e si ribalta, in un composto multisapore che viene servito allo spettatore.
Parte la magia.

La ragazza che cammina verso casa, sola, di notte è la figlia illegittima di Nosferatu. Una vampira solitaria che preferisce girare in skate piuttosto che in limousine. Diva ma outsider. Timida ma feroce. Avvolta in un modello occidentale ma coperta da un chador nero che ne sfuma i contorni corporei fino ad inghiottirla nello skyline cittadino.
Il ragazzo che cammina verso casa, solo, di giorno, è il figlio illegittimo di James Dean. Un umano vivo fuori dalla gioventù bruciata ma da essa inscindibile nella passione per i motori. Divo ma non dannato. Altruista ma cieco. Avvolto in una bontà ingenua che gli conferisce il dono del discernimento ma che nel contempo non gli consente di vedere il diffuso marciume cittadino.
Un umano vivo nel paradosso delle azioni che compie: si scomoda e si prodiga per salvare un gatto disperso ma ignora e passa oltre la moltitudine di corpi, morti e morenti, ammassati al di sotto del ponte che conduce alla città. Come se non fossero reali per la sua idea di realtà. Come se la sua percezione positiva tendesse vedere in Bad City una Good City e nel marciume cittadino una normalità che nulla può sconvolgere, se non sommariamente.
Il motivo del morso, in veste di penetrazione corporea, come un refrain, invade l’arco di ogni personaggio, oltrepassa il semplice presagio di morte e si fa icona dell’azione plasmante e corruttrice della città. I personaggi non morsi sono anime in via di definizione, ancora fuori dalle grinfie di Bad City. Da una parte un travestito che balla in silenzio, un ragazzino abbandonato a se stesso ed una ricca ragazza in cerca di avventure. Tutti relegati in secondo piano, nell’indifferenza dell’ambiente che li circonda, in attesa di essere agganciati dal suo morso e caratterizzati dalla sua forza decadente. Dall’altra, un tossico trafitto dalle iniezioni di eroina, una prostituta penetrata dai suoi clienti ed un pusher figlio di Ninja dei Die Antwoord, azzannato a morte dai canini della vampira. Tutti parte dell’azione filmica, nella pressione perenne esercitata dall’ambiente che li circonda, vittime consapevoli della città, definite dal suo morso, materiale e simbolico, e destinati a soccombere in esso.
Oltre ogni motivo imposto dal plot, quando la vampira ed il ragazzo si incontrano, è l’estraneo amore ad addentare Bad City e a trasformarla idealmente in una sempre marcia ma poetica Love City dal vago odore jarmuschiano. Qui il morso sentimentale costringe la narrazione ad una ridefinizione dei ruoli dominanti ed al concetto stesso di morso.
Ai piedi di una centrale elettrica che non riesce ad illuminare il nero vuoto urbano, la vampira in chador passa da mordente attiva a morsa passiva. Addentata dalle fauci più stringenti dell’amore per il ragazzo che l’ha affascinata, rinuncia alla facoltà di mordere per essere consapevolmente morsa.
Allo stesso modo il simulacro di James Dean passa da morso passivo a mordente attivo. Addentatore del suo (s)oggetto del desiderio ed autore di un morso ricontestualizzato che allontana il presagio di morte e si rende suggello dell’amore tra i due.
I canini taglienti di cui il ragazzo non dispone, vengono rimpiazzati  dagli orecchini appuntiti con cui infilza consapevolmente i lobi della vampira, in un trapasso di carne che lega simbolicamente le loro anime rinnovate in un tutt’uno di indissolubile. Bad City diventa allora una Lost City che i due amanti si lasciano senza rimorsi alle spalle, mentre la loro macchina sfreccia nella notte con lo stereo a palla.
A Girl Walks Home Alone at Night è un opera prima di rara bellezza che merita di essere indiscutibilmente vista ed apprezzata. E poco importa se il Festival Internazionale del Film di Roma non gli renderà la giustizia dovuta perché, fortunatamente, il suo morso ha già affondato la carotide dello spettatore. Di Ana LiIy Amirpour sentiremo parlare. Fidatevi.

Riccardo Feleppa

Leave A Reply

undici − 1 =