Ten Years Japan

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Nel segno di Kore’eda e di un futuro distopico

In programma all’Istituto di Cultura Giapponese oggi alle ore 17 e il 6 giugno alle 19, Ten Years Japan è un altro dei film di SPIN OFF IN ROME: una pattuglia di opere cinematografiche realizzate nel paese del Sol Levante, la cui première italiana è avvenuta a Udine, nel corso della ventunesima edizione del Far East Film Festival, ma riproposte ora anche nella capitale.
Tra i titoli selezionati Ten Years Japan ha una genesi decisamente particolare: trattasi infatti della costola nipponica di un più ampio progetto internazionale, TEN YEARS, che ha visto la luce ad Hong Kong per coinvolgere poi Thailandia, Taiwan e, per l’appunto, Giappone. La formula prevede qui cinque storie indipendenti, ovvero cinque corti girati da giovani cineasti del paese in questione e supervisionati nella circostanza dal grande Kore-eda Hirokazu. Avendoli noi visionati uno appresso all’altro nella resa finale di tale lavoro collettivo, ci è parso difficile non ravvisare persino nei segmenti narrativi più acerbi qualche richiamo alla poetica del Maestro, al suo sguardo sul Giappone talvolta minimalista ma sempre gravido di conseguenze. Insomma, pur con esiti diseguali, come era scontato che fosse, ciascuna delle personalità registiche in erba coinvolte nell’operazione sembra aver risposto positivamente all’appello, filtrando in qualche modo gli stilemi dell’importante autore che li ha seguiti ma cercando ognuno una propria strada.

Kinoshita Yusuke, Hayakawa Chie, Fujimura Akiyo, Ishikawa Kei, Tsuno Megumi. Questi i nomi dei cinque registi emergenti arruolati nella missione. Tra loro diverse donne, capaci di conferire un timbro particolare alle loro storie, un tono riflesso, per esempio, dal tratto delicato con cui sono affrescati determinati personaggi, oppure dalla scelta di adottare quale fulcro narrativo il punto di vista dei bambini. Ciò non toglie che i temi trattati nei corti siano a volte gravosi, morbosamente inquietanti: problemi di inquinamento, scenari post-apocalittici, invecchiamento demografico, subdole modalità di reclutamento militare e altri condizionamenti sociali. Così i giovani autori hanno risposto alla traccia che era stata loro richiesta: immaginare il proprio Paese tra dieci anni.
E nel declinare questa visione distopica del futuro, lasciando per un attimo da parte il possibile (e anzi probabile) influsso del loro coordinatore Kore’eda, un altro archetipo filmico ci è sembrato fare capolino a margine delle singole visioni cinematografiche: quello rappresentato da Sogni e, più in generale, dal profondo umanesimo di Kurosawa, nonché dalla vera e propria ossessione per l’ambiente e per quelle catastrofi ecologiche in grado di alterare rovinosamente gli equilibri tra Uomo e Natura, che ne orientarono significativamente il finale della carriera.

Stefano Coccia

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