I soldi non fanno la felicità
Marianne Farrère, miliardaria proprietaria della galassia Windler “vende” cosmetici e bellezza ma sembra aver bruciato la sua in un matrimonio di facciata e in una gabbia di cristallo che un giorno qualcuno frantuma. Il suo impero, costruito sul collaborazionismo e l’antisemitismo, è assediato da Pierre-Alain Fantin, fotografo e scrittore irriverente e adulatore. Pierre-Alain incontra Marianne ed è subito ‘amore’, di quelli che mordono il cuore e non lo mollano più. Vulnerabile davanti a un uomo che la fa respirare di nuovo, cambiando décor e abiti, la donna lo trattiene a colpi di assegni. Lui prende tutto e ne vuole ancora. Mentre Marianne ricopre d’oro il suo nuovo giocattolo, la famiglia si inquieta e serra i ranghi. Ma lei fa i capricci e quello che vuole. Almeno fino a quando la figlia non deciderà altrimenti.
A qualcuno la vicenda narrata in La donna più ricca del mondo (La Femme la plus riche du monde) e i suoi protagonisti ricorderanno qualcosa. Il ché è assolutamente naturale, poiché la storia e i personaggi che animano il sesto lungometraggio di Thierry Klifa, in uscita nelle sale con Europictures a partire dal 16 aprile 2026 dopo le presentazioni al Festival di Cannes 2025 e alla 16esima edizione del Rendez-vous nuovo cinema francese, chiamano direttamente in causa il cosiddetto “affaire Bettencourt”, lo scandalo esploso in Francia tra il 2009 e il 2010 attorno all’ereditiera del celebre marchio L’Oréal, accusata di essere stata manipolata e spinta a elargire ingenti somme a persone del suo entourage. La pellicola si rifà chiaramente al suddetto caso balzato agli onori della cronaca, monopolizzando per mesi le pagine dei giornali e i palinsesti televisivi, ma senza citare i diretti interessati per evitare possibili ritorsioni da parte degli eredi del marchio L’Oréal e del fotografo seduttore, François-Marie Banier, condannato a quattro anni di carcere con pena sospesa e a una multa di 375.000 euro. Decisione saggia e legittima quella di ribattezzare i protagonisti della vicenda, quanto basta per tutelarsi e portare in porto il progetto. Del resto al pubblico è sufficiente fare due più due per rimettere insieme i pezzi.
Dunque cambiano i nomi sulle carte d’identità ma non la sostanza, con la mente del fruitore di turno che di default ritorna facilmente ai fatti realmente accaduti e ai suoi protagonisti, a cominciare da Liliane Bettencourt e François-Marie Banier, che nel film diventano rispettivamente Marianne Farrère e Pierre-Alain Fantin grazie alle impeccabili e riuscite performance di Isabelle Huppert e Laurent Lafitte (che per questo ruolo è stato insignito del Premio César 2026 come Miglior Attore). Performance di altissimo livello, le loro, alle quali ci sentiamo di affiancare anche quella di Marina Foïs nei panni di Frédérique Spielman, che altro non è che la vera Françoise Bettencourt Meyers, meglio conosciuta come l’ereditiera francese di L’Oréal, ora seconda donna più ricca al mondo (con un patrimonio stimato intorno agli 81,6-100 miliardi di dollari) alle spalle di Alice Walton (erede della catena di supermercati Walmart, con un patrimonio stimato che supera i 100-134 miliardi di dollari).
Diversamente dal Ridley Scott di House of Gucci, che salvo le note grane produttive non ha dovuto e voluto cambiare i connotati alla storia e ai personaggi, Klifa ha invece ha apportato le modifiche di cui sopra. Modifiche, queste, che hanno permesso al regista francese di lavorare in un’altra direzione e su un piano più ampio rispetto al collega britannico, mettendo da parte la componente giudiziaria, la cronaca sensazionalistico e la frenesia mediatica legata al caso, per andare a scavare sotto la superficie a un livello più personale e dare così vita a una narrazione finzionale e universale. In questo modo, La donna più ricca del mondo si è trasformato in un racconto che attraversa i temi del potere, della fragilità, della lealtà e del tradimento, restituendo il ritratto di una donna sospesa tra solitudine e controllo, tra affetti autentici e interessi inconfessabili. C’è poi anche una critica anti-borghese dal dichiarato retrogusto bunueliano, che l’autore ha voluto restituire un po’ come tentato di fare non molto tempo fa da Sébastien Marnier nel suo L’Origine du mal. Il tutto per invitare la platea ad assistere alla messinscena di uno spettacolo incentrato sui drammi familiari smisurati degli ultra-ricchi, caratterizzato da un registro satirico e da tono costantemente sopra le righe che trasformano il film in una specie di farsa.
Francesco Del Grosso









