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A Poet of the River

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VOTO: 7,5

Uno sguardo sulla difficile integrazione dei nordcoreani fuggiti al sud

Presentato nel Korean Day, inserito nella sezione Newcomers della 23esima edizione dell’Asian Film Festival, A Poet of the River è l’opera prima del regista Han Jungkook, ed esplora il tema del difficile inserimento dei profughi e dei disertori nordcoreani nella complessa società della Corea del Sud. Un film duro, dai toni plumbei, in cui la speranza è una fiaccola che viene ben presto spenta dalla cruda realtà, fatta di profittatori e discriminazioni, in un processo di integrazione che diventa impossibile.

La divisione in due della Corea, temporanea al termine della seconda guerra mondiale e resa definitiva dagli esiti della guerra di Corea degli anni Cinquanta, consolidandola lungo il 38° parallelo è un argomento ancora oggi delicato e controverso; sebbene alcune storie (come quella raccontata da Ryoo Seung-wan in Fuga da Mogadiscio) mostrino come un avvicinamento ed una comprensione tra i due popoli (e non tra i rispettivi governi) sia possibile, la realtà quotidiana di coloro che decidono di abbandonare la Corea comunista per entrare nella capitalista Corea del Sud è ben diversa. Han Jung-kook ci racconta, con crudezza, la storia della diciottenne Lee Sun-hwa, arrivata al sud attraversando il fiume Duman (o Tumen) verso la Cina insieme alla sorella Hyang Hwa, da cui viene separata lungo la via. Arrivata a Seul, come disertrice del nord ottiene una discreta somma di denaro, un appartamento in affitto, l’ammissione a scuola e la possibilità di accedere all’università tramite un percorso privilegiato. Ma il cammino verso una nuova vita è segnato dai traumi subiti durante la fuga e costellato da un senso di emarginazione e di disillusione a contatto con una cultura ed un modo di vivere a lei estranei.

La storia di Sun-hwa si intreccia con quella di Dong-chul, anche lui disertore nordcoreano, uniti dal senso di straniamento in un mondo che li guarda con sospetto e dalla ricerca di una sorella perduta, oltre che dai rapporti con un losco intermediario nordcoreano, che mostrerà il suo vero volto distruggendo ogni speranza residua di riscatto e rinascita dei due giovani amici. Anche il percorso scolastico riflette il sospetto e la discriminazione nei confronti del diverso, di chi viene da fuori; la Corea del Nord, pur essendo sempre parte della penisola sudcoreana, è un mondo lontano, completamente estraneo per i sudcoreani. Eppure, quando viveva a Pyongyang con la famiglia, Sun-hwa era una bambina come le altre, studiava e faceva parte del gruppo di danza nazionale; l’accusa di tradimento del padre cambiò tutto, relegandola in campagna e ad una vita di stenti, fino alla decisione di fuggire al sud. Ma la competitività del sistema scolastico sudcoreano, infrange ben presto anche il suo sogno di ricominciare a ballare, privilegiando chi in quel sistema è nato e cresciuto. Completamente sola, la giovane Sun-hwa viene accolta nella Fam di cui fa parte una sua compagna, dove scopre una realtà ancora diversa; la Fam è la famiglia, una famiglia composta da giovani soli, senza prospettive se non quella di rimanere insieme e sopravvivere. Nella Fam tutti contribuiscono alla loro parte di affitto, lavorando o con metodi meno onesti, mentre il Papà, il giovane più adulto, li protegge dalle altre Fam; i Figli sono ragazzi senza genitori, senza una casa, o fuggiti dalle proprie case per altri motivi, che trovano in questo sottosistema sociale un rifugio, un legame familiare, una sicurezza. Ma anche questa realtà si rivela l’ennesima illusione, portando Sun-hwa sull’orlo del baratro.

A Poet of the River ha un ritmo che non dà tregua, nel suo lento ma inesorabile susseguirsi di una tragedia shakesperiana che brucia a poco a poco ogni speranza di riscatto o felicità; Sun-hwa e gli altri giovani protagonisti del film sognano una vita diversa, normale, ma vivono una realtà ai margini, segnati dalle proprie origini e dai propri traumi, in una distopia che rende il cambiamento e l’integrazione quasi impossibili. Il regista accompagna questa lenta discesa agli inferi con una fotografia che lascia il segno, inquietante nelle sue tonalità plumbee, cornice perfetta per la solitudine del corpo e dell’anima che attanaglia i giovani protagonisti, una solitudine che ha radici nel passato ed priva di prospettive future.

Michela Aloisi

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