(Re)Visioni Clandestine #16: Vestito per uccidere

0

Quattro sequenze da brivido

«I’ve been obsessed with this kind of visual storytelling
for quite a while, and I try to create material
that allows me to explore it»
(Brian De Palma)

Della triade registica italo-americana, composta da Francis Ford Coppola (1939), Brian De Palma (1940) e Martin Scorsese (1942), autori che hanno dato lustro alla New Hollywood, De Palma è stato quello più sfortunato, quello con una carriera imperfetta seppure con una concezione visuale e tecnica di ottimo livello. A conti fatti, ripercorrendo la sua filmografia, poche pellicole sono veramente solide, altre sono imperfette, e altre ancora sbagliate, per non dire deludenti. In questo ondivago opus cinematografico, tra cui spiccano i thriller di ascendenza (i maligni dicono scopiazzature) hitchcockiana, e gangster movies, il “magic touch” di De Palma c’è sempre, anche se a volte ravvisabile in una sola inquadratura. Indimenticabili alcune sequenze, come ad esempio: la panoramica/paranoica nello studio di Jack in Blow Out (idem, 1981); il pedinamento scopofilo di Jack Scully verso Gloria Revell dentro il centro commerciale in Body Double (Omicidio a luci rosse, 1984); la lunga sparatoria “ejzensteiniana” nella stazione dei treni in The Untouchables (Gli intoccabili, 1987); il piano sequenza iniziale in The Bonfire of the Vanities (Il falò delle vanità, 1990); il teso e sospeso hackeraggio di Ethan Hunt in Mission Impossible (idem, 1996). In questo veloce resoconto depalmiano, andrebbero inserite anche alcune sequenze di Dressed To Kill (Vestito per uccidere, 1980), uno dei cult del regista.

Vestito per uccidere fu accolto – anche giustamente – come uno dei vertici cinematografici di De Palma, però la pellicola, (ri)vista a distanza di anni, rimane preziosa, in alcune sue parti, per la dovizia tecnica con cui De Palma ha composto alcune sequenze, piuttosto che per la costruzione della storia, in cui la logica latita o è fragile. Script scritto da lui medesimo, è un thriller che cita – spudoratamente secondo i detrattori – Alfred Hitchcock, innestando sull’idea di Psycho (Psyco, 1960) alcuni momenti visivi di Vertigo (La donna che visse due volte, 1958) e Frenzy (idem, 1972) oltre a alcune situazioni da cinema di serie B. Nella pellicola c’è certamente la mania – cinefila – del regista per le trame di Sir Alfred, corroborate da più efferatezza nei delitti come in prodotti da exploitation, ma soprattutto c’è l’ossessione per l’erotismo, come fa intuire il titolo originale, che significa sia “vestire abiti appariscenti per sedurre” che “travestito per uccidere”. Vestito per uccidere si apre proprio con una sequenza hot, in cui una nuda Angie Dickinson (però nella realtà il corpo è di una controfigura) pratica dell’autoerotismo mentre si sta facendo la doccia, per poi essere uccisa improvvisamente. Benché sia una citazione – stravolta – di quella di Psyco, tale scena fu ritenuta inutile all’economia del racconto, perché inserita solo per modalità scopofile. Eppure questo incipit è una delle migliori sequenze della pellicola, il cui elegante movimento di macchina è seducentemente accompagnato dalla musica di Pino Donaggio. Dopo questa visionaria scena, l’altra preziosa sequenza è quella ambientata nel museo in cui, condotta nuovamente dalla musica di Donaggio, vi è un intrigante e sensuale inseguimento tra la protagonista e uno sconosciuto. A queste due si aggiungono le sequenze dell’uccisione della protagonista nell’ascensore (altra citazione alterata di Psyco e uguale a quella di Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? di Giuliano Carnimeo) e infine, l’ultimo pezzo di bravura registico, la plongée nell’ospedale mentre l’assassino sveste l’infermiera.

Tolte queste eccellenti quattro sequenze, tutto il resto, soprattutto a livello di trama, è fragile, ed è una pecca riscontrabile in molto cinema di De Palma. Certamente Vestito per uccidere resta un’opera ponte tra il suo cinema degli anni Settanta, ancora a tratti grezzo e da B-movie, e quello che produrrà negli anni Ottanta, che ha uno stile più raffinato e levigato. Le sue ossessioni, però, sono ancora in parte acerbe, e saranno espresse, in modo migliore, nei successivi Blow Out e Omicidio a luci rosse. Non solo la mania hitchcockiana è rappresentata in maniera più ricercata, ma c’è anche un perfetto sbeffeggiamento del cinema di Serie Z (erotico e/o horror). Tra l’altro in Omicidio a luci rosse, che in originale è Body Double, che significa controfigura, nei titoli di coda De Palma, attraverso il finto film horror, mostra ironicamente come venne girata la scena sotto la doccia della Dickinson.

Roberto Baldassarre

Leave A Reply

venti + 1 =