Sbatti il mostro in prima pagina
Fuori concorso all’Asian Film Festival 2026, con in dotazione un titolo posto bene in risalto (Sham = Farsa) durante tutto l’arco narrativo, l’ultimo film di Takashi Miike è stato accolto con molta curiosità dal pubblico del Cinema Farnese di Roma, generando reazioni discordanti a seconda delle aspettative iniziali: probabile infatti che abbia prevalso un pizzico di delusione, in chiunque si aspettasse un Miike come altre volte tendente al pulp e a una messa in scena dagli esiti grandguignoleschi, dissacranti, eccessivi; mentre una certa soddisfazione si sarà affacciata in chi del regista giapponese apprezza anche altre crudeltà, più sottili, magari di ordine psicologico e/o di natura sociale. Tale per esempio è stata la nostra reazione. Proprio perché la poetica del così prolifico cineasta, per quanto ci riguarda, ci fa stare scomodi sulla poltrona e tende a turbarci in tutte le sue declinazioni, anche le meno note.
Il film si ispira peraltro a un delicato caso di cronaca che scosse l’opinione pubblica giapponese nei primi Duemila. Non è d’altronde la prima volta che Mike ambienta i suoi gelidi (e talvolta decisamente più cruenti) teoremi in ambiente scolastico. Scuola protagonista, ad esempio, del nerissimo Il canone del male (Aku no kyōten, 2012), passato all’epoca alla Festa del Cinema di Roma e incentrato sul fosco carisma di Seiji (Hideaki Itō), insegnante d’inglese sociopatico e amante dei classici della cultura tedesca, che nel film vediamo passare con notevole cinismo e disinvoltura da singoli omicidi ad autentici massacri, cercando sempre il modo di farla franca. Non senza malizia, Takashi Miike pare quasi autocitarsi, allorché all’inizio di Sham introduce la figura di Yabushita (Gô Ayano), maestro di scuola apparentemente nevrotico, xenofobo, sadico, accusato di atti estremamente violenti dalla famiglia di un alunno che millanta origini miste, in parte giapponesi e in parte statunitensi. Qui Miike accenna velatamente al proprio “repertorio” abituale, attribuendo all’insegnante atteggiamenti persecutori e razzisti, brutali pestaggi di un minore, astuti depistaggi, addirittura un tentativo di spingere il ragazzino al suicidio. La stizzita, orgogliosa e pure qui in apparenza amorevole risposta della madre, da cui si può facilmente desumere una successiva svolta verso il legal movie, sembrerebbe già tracciare l’identikit del “mostro di turno”, portando l’opinione pubblica (nel film) e il pubblico (in sala) a schierarsi sdegnatamente contro di lui.
Poi però avviene un radicale ribaltamento di prospettive. E comincia a prendere forma la “farsa” (dagli esiti comunque potenzialmente tragici) abbozzata sin dal titolo. Con un procedimento narrativo “alla Rashomon”, la storia delle presunte violenze scolastiche viene nuovamente raccontata ma dal punto di vista (che si comincia a presumere autentico) dell’insegnante stesso, vera e propria “rivoluzione copernicana” dell’asse diegetico che invece ci svela, poco alla volta, un maestro fin troppo mite, un ragazzino problematico plagiato dai genitori, una madre manipolatrice e psicotica (impressionante qui la prova di Kō Shibasaki) che non ha mai superato antichi traumi famigliari, dirigenti scolastici inetti e giornalistucoli senza etica professionale a caccia di un facile scoop. La scena si sposta così verso studi legali, redazioni giornalistiche e aule di tribunali. Ma, pur mancando di azione, pur oscillando tra claustrofobico kammerspiel e legal movie, il racconto continua a rivelare una tensione interna altissima, fatta di pressioni mediatiche, risvolti kafkiani e condizionamenti mentali d’ogni tipo. Insomma, una vera e propria ragnatela di trappole, sospetti e sevizie psicologiche, tutto nell’attesa di quel verdetto che potrebbe confermare l’incubo in corso o prospettare una possibile catarsi.
Maturo e disincantato è Miike nell’orchestrare tale gioco, sondando zone d’ombra della cultura nipponica che lasciano profonda inquietudine. O forse il focus non è soltanto sulla società giapponese. Specie se si considera che negli ultimi anni anche in altri lidi, vedi La sala professori (Das Lehrerzimmer, 2023) di İlker Çatak o Lesson Learned (Fekete pont, 2024) di Bálint Szimler, si è usata la scuola quale metafora di una convivenza civile ormai fuori da ogni controllo e dell’imbarbarimento collettivo in atto.
Eppure la specificità giapponese di Sham a tratti esce fuori, anche prepotentemente, facendoci presente come gli autori locali più lucidi riescano a tratteggiare, anche tramite vicende estreme, d’impronta borderline, il peso che hanno qui lo stigma sociale, la competizione eccessiva e diverse altre tare mentali. Un qualcosa, questo, che aveva coscienziosamente, brillantemente intuito, metabolizzato e restituito sullo schermo il compianto Satoshi Kon, in una serie animata così anomala e disturbante come Paranoia Agent.
Stefano Coccia









