Somnia

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Piccolo feticcio

Se le strade del cinema di genere sono, particolarmente al giorno d’oggi, costellate di luoghi comuni dai quali pare pressoché impossibile evadere, esistono ancora cineasti in grado di superarli di slancio semplicemente grazie al loro approfondimento. Alla capacità, cioè, di guardare ben oltre le apparenze della mera superficie spettacolare. Ci riferiamo, in questo scarno preambolo, alla figura di Mike Flanagan, regista statunitense classe 1978, il quale con un pugno di film sta dando un prezioso contributo al rinvigorimento di un modello cinematografico ondeggiante tra l’horror, il thriller e il fantasy ma piuttosto restio ad essere catalogato in una di queste specifiche categoria. Anche in Somnia (Before I Wake, il titolo originale) Flanagan affronta tematiche piuttosto note nella memoria cinefila. La realtà che si materializza attraverso il sogno non può non richiamare alla mente, di primo acchito, un capolavoro essenziale come il primigenio Nightmare (1984) di Wes Craven. Eppure Somnia non inquadra affatto l’argomento in una prospettiva puramente orrorifica, ma anzi ha il coraggio di rilanciare sul versante psicoanalitico, descrivendo con una precisione quasi millimetrica gli inconsci gravemente feriti dei vari personaggi. Su tutti quello del piccolo Cody (interpretato dal bravissimo Jacob Tremblay appena ammirato in Room di Lenny Abrahmson), bambino orfano dato continuamente in adozione poiché sempre al centro di misteriose vicende e sparizioni dei proprio genitori adottivi di turno, ovviamente dovuti alla sua capacità di rendere reali non solamente i bei sogni ma soprattutto i parti paurosi del proprio sonno notturno.
Ecco dunque che Somnia assume i toni di un viaggio fantasy virato al nero – dove peraltro non mancano i momenti di buona suspense, allorquando si fa minacciosamente vivo il cosiddetto “Uomo Cancro”, bau bau onirico che nell’epilogo del film avrà una sua spiegazione formale di quelle che lasciano il segno… – nella psiche di un bambino “torturato” da un suo potere derivante da una ipersensibilità assai sviluppata. Un twist narrativo in tutta evidenza molto gradito a Flanagan – come di consueto anche sceneggiatore, qui in compagnia di Jeff Howard – cineasta a cui piace aprire finestre verso altre, sconosciute, dimensioni narrative. Ne è stata prova inconfutabile il film che lo ha rivelato alla platea degli addetti ai lavori, cioè il “lovecraftiano” Absentia (2011), a cui peraltro Somnia è legato dal filo conduttore della presenza della fedele attrice Courtney Bell, lì protagonista incinta, qui mamma del piccolo Cody in un cameo davvero incisivo. Nel cinema di Flanagan l’inquietudine nasce appunto dai misteri che possono nascondersi appena al di là di una normalità esistenziale del tutto apparente. Ed è proprio il dolore, quello incancellabile della perdita, a dettare i ritmi di un racconto che paga forse qualche dazio alla cornice d’intrattenimento che un’opera comunque da botteghino esige (troppe farfalle, dalla passione di Cody, in scena e poco horror, potrebbero affermare non senza qualche ragione i detrattori…) ma che intavola un discorso di assoluta serietà sull’argomento del feticcio in grado di lenire le ferite non rimarginabili della perdita di un figlio piccolo. Come sa bene Jessie (una Kate Bonsworth invero piuttosto inamidata) che “usa” il sonno di Cody per tentare di far rivivere ogni notte il suo bambino defunto Sean. L’espediente funzionerà per un po’, sino a quando non le si rivolterà contro nel momento in cui il sogno non trascende, inevitabilmente, nell’incubo; perché, come ovvio, è impossibile controllare l’inconscio estremamente labile di un bambino perdipiù problematico.
In fondo Somnia, oltre che un piccolo manifesto contro la psichiatria d’accatto, è anche un film laicamente spirituale. Poiché il superamento definitivo di certi fatti tragici – come comprenderà Kate – si avrà solo quando fede e ragione raggiungono un determinato punto di equilibrio. Succede nel cinema, certo; ma soprattutto nella vita vera. Ed è questo il piccolo, grande merito aggiunto di Somnia. Il cui finale risulta lieto e tranquillizzante solo ad una lettura assai parziale, celando invece al proprio interno un vero e proprio abisso di domande prive di risposta.

Daniele De Angelis

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