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Obsession

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VOTO: 8

L’egoismo del desiderio

Se il lavoro di un critico cinematografico è porre lo spettatore nelle condizioni di decidere se un film possa o meno fare al caso suo, recensire Obsession alla luce della sua dirompente accoglienza — a partire dall’anteprima mondiale del Toronto International Film Festival 2025 a quella italiana al 17° Bif&st — appare come un compito quasi superfluo. Eppure, nonostante la palese necessità di correre in sala per godersi al meglio quello che, a tutti gli effetti, è l’uscita horror più formalmente entusiasmante dai tempi di The Substance, rimane interessante ragionare sugli aspetti che contribuiscono a rendere speciale la visione registica di Curry Barker, così come sul contesto che ne ha permesso la materializzazione.
Attorno al giovane regista imperversano le polemiche relative alle opportunità riservate in questo settore ai fenomeni di internet, in grado di trasformare “semplici” appassionati in registi fatti e finiti da un giorno all’altro. Tutto è partito da Danny e Micheal Philippou, fratelli precedentemente noti su YouTube con il nome di RackaRacka: dopo il successo globale del loro Talk to Me nel 2022 — seguito dall’altrettanto meritevole Bring Her Back — i due si sono rapidamente consolidati come supernove della scena horror indipendente, i cui nomi vengono già accostati a maestri contemporanei del genere. Gli studios non si sono fatti cogliere impreparati: la ricerca proattiva dei talenti provenienti dal web è diventata una pratica sempre più sistematica, con l’obiettivo di intercettare autori già maturi per fare il salto di qualità. Un fenomeno tipico dell’horror, che va a braccetto con le aggressive strategie di marketing nel perenne tentativo di movimentare il botteghino.
A giudicare dai risultati, è esattamente di questo che ha bisogno un panorama diventato sinonimo di franchise esausti e formule riscaldate. L’ambizione e l’entusiasmo delle giovani menti creative che hanno ancora tutto da dimostrare — ad eccezione del loro talento e della loro viscerale passione — stanno contribuendo a una rinascita sul fronte indipendente. È in questa corrente, senza dubbio più meritocratica che ”popolarista”, che si inserisce Obsession di Curry Barker. Il 25 enne, proprietario del canale that’s a bad idea, ha ricevuto una proposta di collaborazione dalla Tea Shop Productions dopo aver caricato su YouTube il cortometraggio The Chair. I contenuti di Barker e del socio Coop — che nel film interpreta il migliore amico del protagonista — nascono con l’intento primario di divertire, più che spaventare, generando il connubio paradossale responsabile della dualità tonale di Obsession: in bilico tra pelle d’oca e risate, la comicità oscilla tra la risata nervosa, funzionale a scrollarsi di dosso la tensione, a disarmanti momenti di ironia improvvisa. Ma il vero punto di forza di Obsession è la capacità di rinnovare costantemente lo stupore, pur partendo da una premessa semplice, estremamente fedele ai canoni del genere. Un protagonista socialmente inetto, talmente impacciato da risultare fastidioso, che decide di affrontare il rito di iniziazione più universale e umiliante dell’adolescenza: dichiararsi alla ragazza che lo vede solo come un amico. O meglio, questo era il piano che Bear entrasse per caso in un negozio esoterico e si imbattesse nel misterioso “One wish willow”, un bastoncino di salice capace di esaudire qualsiasi desiderio di chi lo spezza. Lo scetticismo non gli impedisce di acquistarlo alla modica cifra di 7 dollari, ignorando l’avvertimento— a posteriori tutt’altro che trascurabile — della vivace commessa, che non manca di segnalare i diversi reclami legati al prodotto da parte della clientela. “Voglio che Nikki mi ami più di qualsiasi altra cosa al mondo”. Il povero Bear, confinato nell’oscurità della sua macchina, non si rende conto di aver formulato il desiderio nel peggior modo possibile. A questo punto, che si approcci il film a scatola chiusa o indottrinati da trailer e sinossi del caso, la direzione che prenderà la storia è chiara. O forse no?
Obsession si approfitta degli spettatori che abbassano la guardia, e a partire dal cambiamento repentino della spensierata Nikki — ora minacciosamente immobile davanti al suo portone, dopo essere fuggita pochi istanti prima dall’ennesima interazione maldestra con Bear — cambia pelle. Barker si rivela un narratore visivo sorprendentemente preciso, capace di costruire organicamente la tensione attraverso un uso rigoroso del blocking, che si sposa ai giochi di ombre mirati a immortalare Nikki come una variabile oscura e imprevedibile. Nikki non è più la stessa, ma non è nemmeno la consueta, noiosa, figura femminile posseduta, che sbraita e tende agguati senza regalare emozioni alla storia. La “nuova” Nikki è una presenza complessa, da temere e compatire, soggiogata da un sentimento egoista in una relazione che trascina con sé una profonda tristezza. La cruda delicatezza con cui viene rivelata la sua vera natura, in un momento in cui sarebbe stato tanto facile avvalersi di un jumpscare, rappresenta il vero colpo di genio che separa Obsession dalle tante storie affini che sono state raccontate in passato, così come di recente. Il terrore arretra lasciando spazio al disagio, e persino l’ingenuità perde il suo candore.
Obsession non mira quindi a terrorizzare attraverso espedienti stantii, trovando nella semplicità del suo soggetto una connessione con le vulnerabilità degli spettatori, scavalcando le loro difese e suscitando empatia per tutte le parti in causa. Si sentiranno chiamati in causa da questa metafora soprattutto coloro che, in una relazione, hanno mai accettato più amore di quanto fossero in grado di ricevere. E cosa dire di Inde Navarrette? Le sue urla producono una reazione fisica immediata, e la sua interpretazione — funzionalmente sopra le righe — si impone senza dubbio tra le più impattanti della stagione. Ma la cosa più sorprendente è uscire dalla sala scoprendosi leggermente spossati dalla tensione, carichi di endorfine cinematografiche e al contempo drenati di ogni desiderio ancestrale di innamorarsi. Su questa base, valutate accuratamente se approcciarlo da soli o in dolce compagnia.

Alessio Vinciguerra

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