Il diavolo veste Anselm
Quando dietro il film di turno si legge un marchio come quello della A24 bisogna aspettarsi davvero tutto e il contrario di tutto. Non siamo noi a dirlo, bensì i titoli che sono entrati nel corso degli anni a fare parte del listino della pluridecorata casa di produzione e distribuzione a stelle e strisce fondata nel 2012, celebre per pellicole d’autore, horror psicologici e indie di successo. Una filmografia, questa, ricca di opere capaci di spiazzare, sconvolgere e andare controcorrente rispetto ai modelli standard e ai filoni classici e ampiamente codificati. Mother Mary, prodotto dalla società newyorchese e distribuito in Italia da I Wonder Pictures a partire dal 14 maggio 2026, in tal senso non fa e non è un’eccezione alla regola, anche se a differenza di tantissimi progetti griffati A24 non si può dire che lasci il segno. Del resto, non tutte le ciambelle vengono con il buco e l’ultima fatica di David Lowery, già autore tra gli altri di A Ghost Story, Peter Pan & Wendy, The Year of the Everlasting Storm e The Old Man & the Gun, pur rispecchiando le linee editoriali della casa di produzione nord-americana si è dimostrata purtroppo un discreto buco nell’acqua.
La Mother Mary del titolo è una popstar acclamata in tutto il mondo alla vigilia del suo concerto di ritorno sulle scene dopo un decennio di inattività. Per risorgere si rivolge a Sam Anselm, la sua ex migliore amica e costumista di fiducia che nel frattempo è diventata una stimata professionista. Ora la cantante, in piena crisi emotiva, ha bisogno del suo talento per gli abiti del nuovo tour. Il loro rapporto, però, si è interrotto bruscamente e lo strappo non si è mai ricucito. Sam è interdetta e ancora ferita. L’incontro scoperchia le ruggini del passato e porta entrambe alla traumatica esplorazione di una relazione un tempo così vitale. Tra pressioni pubbliche, frenetica preparazione delle coreografie, ricordi, liti e riti d’espiazione, questo rapporto di amore-odio riapre ferite mai guarite e riaccende un legame psicosessuale complesso, fatto di desiderio, potere, dipendenza creativa e conflitti irrisolti.
Cominciamo con il dire che la prima a farne le spese è la protagonista interpretata dal premio Oscar Anne Hathaway che, abbandonate le più divertenti e rassicurati vesti di Andy nel secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, in attesa di vederla in quelli di Penelope nell’Odissea nolaniana, ha messo corpo e anima al servizio di un’opera che a causa della sua sfrenata ambizione ha finito per fagocitarla, vanificandone gli sforzi profusi per dare forza e credibilità al personaggio che le è stato affidato. Un personaggio, questo, per il quale ha dovuto sottoporsi a un intenso allenamento vocale e di danza (vedi la scena del ballo macabro) di otto ore al giorno, ma che a conti fatti non è stato sufficiente a colmare le lacune della scrittura e il caos imperante nell’architettura drammaturgica. Il ché ha generato uno tsunami che ha finito con il travolgere anche la compagna di set, la vincitrice di due Primetime Emmy Michaela Coel, che nel ruolo della stilista sembra la brutta copia di quella vista in I May Destroy You – Trauma e rinascita e Black Panther: Wakanda Forever.
Venute meno e impossibilitate a dare il meglio di loro da una sceneggiatura alquanto deficitaria e sovrastimata, le due punte di diamante attoriali a disposizione di Lowery finiscono con l’essere inghiottite dalle sabbie mobili di un’opera che nello spingersi oltre e troppo in alto rispetto alle reali potenzialità finisce con lo schiantarsi rovinosamente contro un muro, uscendone a pezzi. Come il The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, anche Mother Mary cade nella medesima trappola nel tentare con le idee poco chiare e cristallizzate di portare sul grande schermo una storia che esplora l’intimità dei legami tossici e creativi e l’intreccio tra arte, identità e celebrità. Nel film del cineasta di Milwaukee ci si ritrova immersi in un universo scintillante e spietato, quello della musica pop e dell’alta moda, con la fama, il successo e l’ambizione che si intrecciano in maniera fatale con fragilità personali e passioni distruttive, trasformando la creazione artistica in un vero e proprio campo di battaglia emotivo. Le buone intenzioni e convinzioni nel volere maneggiare una materia così complessa e stratificata subiscono un brusco stop quando subentra il caos e si assiste a un cortocircuito narrativo e drammaturgico innescato da una saturazione dei numerosi elementi chiamati in causa: sacro e surrealismo a tinte gotiche, animismo e riti esoterici. La scrittura dello stesso Lowery si dimostra incapace di cucire insieme tutti i fili ingarbugliati di un melodramma pop al femminile che si nasconde sotto le mentite spoglie di un thriller-psicologico dagli ingranaggi.
All’autore non resta allora che giocarsi la carta della disperazione tentando di confondere le acque e abbagliare lo spettatore con una messa in quadro sicuramente di grande impatto visivo, nel quale l’estetica ammaliante e la fotografia ipnotica vogliono costantemente rubare l’occhio del fruitore, distogliendolo dalle mancanze della scrittura.
Francesco Del Grosso









