In Ginkgo Biloba we trust!
Scelte di gran classe, per questa trentasettesima edizione del Trieste Film Festival: film d’apertura Franz di Agnieszka Holland, seconda apertura al Politeama Rossetti con La scomparsa di Josef Mengele del russo Kirill Serebrennikov e infine, sempre al Politeama Rossetti, Silent Friend di Ildikó Enyedi, quale film di chiusura.
Non così prolifica, la cineasta ungherese è forse meno nota al pubblico medio degli altri due autori, in questo momento. Eppure a Ildikó Enyedi si devono indimenticabili pagine di Storia del Cinema. Almeno a partire da un film come Il mio XX secolo, Caméra d’or al Festival di Cannes 1989 e programmato in seguito così spesso da Ghezzi su Fuori Orario. Per approdare poi, volendoci soffermare qui soltanto sui premi di maggior prestigio, allo splendido Corpo e anima Orso d’Oro al Festival di Berlino 2017 e candidato all’Oscar per il miglior film straniero. Seducenti ci sono parse però diverse altre sue opere. E con particolare affetto ricordiamo ad esempio una proiezione del suo Simon mágus (1999) a Palazzo Falconieri (sede dell’Accademia d’Ungheria in Roma), evento tenutosi a memoria intorno al 2006, allorché ci complimentammo personalmente con la regista per il magnifico utilizzo nella colonna sonora della Sinfonia n. 7 di Beethoven e di altri brani molto evocativi.
Questa sua ultima fatica già ammirata all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Silent Friend (Stille Freundin) potrà apparire ad alcuni ostica, sia per la durata (ben superiore alle due ore), sia per la forma così frammentaria, ellittica, a tratti enigmatica. D’altro canto, sono proprio le sorprendenti scelte formali, il tono filosofeggiante e lo stile così immersivo dei diversi segmenti, di cui si compone il film, ad attribuirgli a nostro avviso un fascino unico; rendendolo, inoltre, un’originalissima ricognizione cinematografica del rapporto tra l’umanità e il regno vegetale.
Tutto ruota, in epoche diverse, attorno alla presenza di un imponente ginkgo biloba in mezzo all’orto botanico dell’antica università di Marburgo, in Germania, immaginato qui quale muto testimone nel tempo di incontri sentimentali, sfide accademiche, epocali cambi di prospettiva. Elegantemente sospeso tra cromatismi differenti, col classicissimo bianco e nero scelto per modulare lo spezzone più antico, l’eccentrico racconto cinematografico prevede che vi siano fondamentalmente tre epoche e tre storie ad alternarsi sullo schermo, così da declinare secondo angolazioni diverse il tentativo dell’Uomo di trovare il proprio posto nell’ordine naturale: assistiamo pertanto al difficile inserimento della prima studentessa donna nella storia dell’ateneo, col suo acume stimolato più avanti anche dalla scoperta della fotografia, dalle ricerche effettuate in tal senso col proprio mentore; mentre nel 1972 è un ragazzo di campagna, attratto da quel flirt giovanile che lo lascerà ulteriormente spaesato, a compiere un percorso personale inaspettato semplicemente prendendosi cura di un geranio; si approda infine al 2020, allorché il maestoso albero è oggetto dell’avveniristico esperimento di un introverso neuroscienziato hongkonghese, teso a stabilire come comunichino eventualmente le piante tra loro e se gli esseri umani vi si possano in qualche modo connettere.
Se il regno vegetale ci appare, quasi lisergicamente, avvolto da un pressoché inedito velo di mistero, le stesse presenze umane si fanno parecchio apprezzare, grazie anche all’ottimo cast. Del resto chi da par nostro ama il cinema di Hong Kong come potrebbe non farsi ammaliare dallo sguardo e dalle espressioni magnetiche di Tony Leung Chiu-Wa, nei panni qui del suddetto scienziato?
L’impronta misterica, lo stile sfuggente e mutevole, fanno sì che la natura fortemente atmosferica del racconto trovi poi il tono giusto per ciascun periodo, sia che i discorsi universitari su Linneo ci proiettino nuovamente nella concezione chiusa e autoritaria dell’apprendimento nell’Europa di primo Novecento, sia che la tranche più recente ci proponga il ricordo della stagione non meno traumatica, infelice e isterica del Covid, dei prolungati “lockdown”, della disumanizzazione stessa da “delirio pandemico”. Ma è proprio nel recupero di un ideale umanista, pronto a nutrirsi di qualsiasi confronto libero e fuori dagli schemi, che la regista ungherese conferma la profondità della propria poetica, all’interno della quale l’incostante dialogo tra il pensiero scientifico/razionale e un’interiorità più profonda trova ancora una volta spazio.
Stefano Coccia









