Tutto quello che avreste voluto sapere su Kafka…. ma non osereste mai chiederlo al padre
Pochi mesi fa, incontrando la stampa a Roma in occasione di CiakPolska 2025, Agnieszka Holland aveva risposto anche ad alcune specifiche domande sull’imminente uscita di Franz. Erano emersi quindi con chiarezza sia lo speciale legame da lei avvertito con Kafka sia la pluridecennale confidenza con la città di cui lo scrittore è diventato col tempo un’icona, Praga, nella quale la grande autrice polacca ha soggiornato a lungo portando avanti i propri studi di cinema alla prestigiosa FAMU e testimoniando anche in prima persona quelle stagioni particolarmente calde, intense, drammatiche della storia ceca, poi confluite e rielaborate nella mini-serie Burning Bush – Il fuoco di Praga (Hořící keř, 2013).
Con la prima italiana del 16 gennaio 2026 al Teatro Miela, evento d’apertura del 37° Trieste Film Festival, ci si è potuti finalmente confrontare col così atteso lungometraggio. E in effetti possiamo già dire che si tratta di un’opera estremamente personale, sfaccettata, complessa; un’opera che travalica i confini del tradizionale biopic.
Il Franz Kafka portato sullo schermo dalla Holland (con un convincente Idan Weiss a impersonarlo da adulto, mentre è un altrettanto plausibile Daniel Dongres a interpretarlo bambino) fa infatti da perno a un caleidoscopio che ne frammenta e moltiplica l’identità in svariati modi, scomponendone la figura così da far emergere di volta in volta il vissuto, le creazioni letterarie e persino il Mito costruito su di lui a Praga. Ossia lo scrittore e i luoghi da lui attraversati in vita divenuti, dopo la morte, il propulsore di un turismo di massa, che può assumere talora sfumature decisamente kitsch. Questo inedito “detour” sullo sfruttamento commerciale dell’immagine di Kafka è forse il tratto più originale del film. Diciamo allora che tra i primi ad accorgersi di questo “potenziale” vi era stato, in una delle sue pellicole meno ricordate ma probabilmente più belle, Steven Soderbergh: già nel 1993 il suo Delitti e segreti (titolo originale, per l’appunto, Kafka) faceva irruzione nell’immaginario collettivo creando un fecondo cortocircuito tra autore e opera, rendendo cioè Kafka stesso (magnificamente interpretato nella circostanza da Jeremy Irons) un portale attraverso il quale erano i suoi scritti, le atmosfere tipiche dei più famosi romanzi, a prendere vita sullo schermo in forma di eventi allucinatori e distopici.
Tornando al lungometraggio fluviale della Holland, proprio la sequenza iniziale può essere considerata alla stregua di una dichiarazione di poetica: con la cura certosina dei dettagli e delle inquadrature che ne è tratto distintivo, la regista ci fa infatti assistere a un quasi marziale taglio di capelli del protagonista (laddove la stessa riga in mezzo e le ciocche scomposte sono divenute metonimicamente un “biglietto da visita” dello scrittore), ripreso nella stessa posa prima da bambino e poi da adulto. Esistono poi a nostro avviso una più oggettiva “Storia del Cinema” e una meno considerata ma talvolta rivelatrice “storia delle singole proiezioni”. Il fatto perciò che l’apparire del Kafka bambino ovvero di un Daniel Dongres dall’aria particolarmente sgraziata, impacciata, sia stata accolta da diversi spettatori del Miela con un risolino sguaiato e quasi di scherno, può essere interpretato più banalmente come una mancanza di rispetto nei confronti del film (accusato in un certo senso d’aver prodotto una scena involontariamente comica), più sottilmente come un implicito riconoscimento della poetica kafkiana, così spesso fondata su un disagio, su un sentirsi fuori posto, espressi anche a livello fisico.
Analizzare integralmente un oggetto filmico stratificato come Franz richiederebbe, comunque, più un approccio saggistico che quello prettamente giornalistico, in cui di solito si incanala una recensione. Proprio per la ricchezza e la varietà delle tracce seguite. Limitiamoci pertanto a segnalare due o tre aree tematiche di rilievo.
Nel tanto complesso puzzle della Holland la traccia biografica vanta ovviamente un peso e un’incidenza particolari, che attraverso un non meno rapsodico andare avanti e indietro nel tempo propone vari aspetti dell’esistenza non sempre facile di Kafka: la complicata rete di rapporti famigliari (con tanto di inquadrature dal taglio sapientemente espressionista), gli amori più o meno appaganti, l’ambiente lavorativo monotono e asettico da cui si sarebbe voluto volentieri allontanare, il palesarsi della carriera di scrittore parimenti osteggiata dagli elementi più conformisti della cultura praghese e da parte della famiglia stessa, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il peggiorare delle condizioni di salute e conseguentemente la morte. A prevalere su tutto è ovviamente quel rapporto conflittuale con la figura paterna, mirabilmente espresso dallo scrittore nelle celebre “Lettera al padre”, che nelle mani della Holland diventa nucleo tematico idoneo a far emergere quelle istanze libertarie, quella critica al potere coercitivo, ottuso e opprimente, così presenti in tutta la filmografia della cineasta polacca.
Oltre alla validità della colonna sonora firmata da Mary Komasa e Antoni Lazarkiewicz, ci preme infine sottolineare l’ottima resa dalle intersezioni tra passaggi biografici e citazioni dirette delle opere, più in particolare la meravigliosa, immaginifica sequenza in cui da Kafka che legge in un’aula pubblica l’incipit del terrificante racconto Nella colonia penale si passa repentinamente alla messa in scena del racconto stesso, con tutto il sadismo del terribile strumento di sofferenza e di morte ivi descritto, rappresentato a sua volta in modo sfacciatamente pulp, implacabile, sanguinolento, terribile.
Stefano Coccia









