Sotto mentite spoglie
Tra l’anteprima a Cannes 2025 e l’uscita nelle sale con Europictures il 29 gennaio 2026, per La scomparsa di Josef Mengele (The Disappearance of Josef Mengele) di Kirill Serebrennikov c’è stata l’occasione di una prima apparizione pubblica sugli schermi nostrani tra gli eventi speciali della 37esima edizione del Trieste Film Festival. L’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta russo conferma ulteriormente la sua propensione verso il biopic, che diventa per lui opportunità per narrare di esistenze e approfondire pagine di Storia. Così dopo avere raccontato il periodo giovanile del cantante rock Viktor Coj (Summer), la vita tormentata e le vicissitudini coniugali del compositore Pyotr Ilych Tchaikovsky (La moglie di Tchaikovsky) e quella controversa di Ėduard Limonov (Limonov), Serebrennikov si è confrontato con la figura estremamente complessa di Josef Mengele.
Per farlo si è affidato come spessissimo accaduto anche in passato alla letteratura. Stavolta ad assisterlo nel difficilissimo compito il romanzo omonimo firmato dallo scrittore francese Olivier Guez. Le pagine del libro del 2017 hanno permesso al regista di Rostov di ampliare ulteriormente quella che è la sua personale galleria di ritratti, andando ad esplorare la personalità del famigerato medico nazista, criminale di guerra conosciuto anche come l’angelo della morte che eseguiva esperimenti medici sugli internati di Auschwitz. Perseguitato legalmente dallo Stato tedesco “purificato” che, nel tentativo pubblico di ripulire la propria reputazione, lo ha dichiarato ricercato e poi fuggito dalla sua nativa Germania alla volta dell’America Latina dopo la Seconda Guerra Mondiale, vivendo una vita di latitanza e clandestinità tra Argentina, Paraguay e Brasile.
La pellicola, immersa in un bianco e nero patinato da noir e incursioni sature e granulari a colori (meritevole di un plauso il lavoro del direttore della fotografia Vladislav Opelyants), dipinge il ritratto duro e complesso di un carnefice che cerca di sfuggire al suo destino, mentre il mondo intorno a lui cambia e prende coscienza dei crimini nazisti. Come in Limonov, l’autore si concentra su un personaggio sgradevole, ma dedica altrettanta attenzione a ciò che lo circonda per indagare controversie raramente discusse come la diaspora nazista oltreoceano, una comunità di “immigrati” con i suoi feticismi nostalgici, che continua a vivere in tranquilli insediamenti suburbani nei quali criminali del calibro di Mengele hanno trovato rifugio grazie alla complicità e alle conoscenze dei poteri forti e corrotti.
Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, salvo aprirsi nell’occasione della visita del figlio durante gli ultimi giorni di vita a uno sguardo esterno, La scomparsa di Josef Mengele si concentra sul periodo di latitanza in Centro e Sud America del protagonista attraverso una narrazione cronologicamente non lineare degli highlights più significativi. Si assiste a un palleggio insistito spazio-temporale reso possibile da una concatenazione di flashback che ricostruiscono sia l’identikit che i fatti. Palleggio, questo, che però si rivela essere il tallone d’Achille dell’opera, stressata e resa spesso caotica dall’eccessiva frammentazione che richiede un certo livello di attenzione per non perdere la bussola. Un lavoro più preciso in fase di editing e di scrittura avrebbe aiutato e non poco in tal senso a migliorare la leggibilità della fruizione. Forse da questo punto di vista Serebrennikov avrebbe fatto bene a distaccarsi dalla struttura originale, con quest’ultima sicuramente più efficace nei capitoli del romanzo che in quelli della sua trasposizione.
Dove al contrario il regista ha saputo mantenere saldamente la barra diritta è nella rappresentazione caratteriale e psicologica del soggetto in esame, con la macchina da presa che effettua una radiografia della stratificata personalità cangiante del protagonista nel corso degli anni, arrivando a mettere in scena con grande efficacia le sue “tempeste interiori”, mai forti abbastanza da scalfirne l’ideologia e le convinzioni, compresa quella del sentirsi innocente e perseguitato, anche quando si trova faccia a faccia con le ossessioni, con le parole del figlio e i fantasmi del passato che bussano alle sue porte. E in questo la notevole performance di August Diehl nei panni scomodissimi di Mengele ha dato un contributo enorme alla causa.
Francesco Del Grosso









