Share

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

Dentro un buco nero

Fidarsi è bene, non fidarsi lo è ancora di più. E infatti l’esserci fatti ammaliare dal curriculum festivaliero di Share si è rivelato un errore, convinti che i riconoscimenti raccolti dalla pellicola scritta e diretta da Pippa Bianco al Sundance e a Palm Springs o la partecipazione nel fuori concorso della 72esima edizione del Festival di Cannes ne certificassero la bontà. Ma come abbiamo potuto constatare nel corso della 14esima Festa del Cinema di Roma, l’opera prima della cineasta statunitense presenta poche cose degne di nota, insufficienti a compensare una serie di mancanze nella scrittura e nella sua messa in quadro.
Gli allori, dunque, altro non sono che fumo gettato negli occhi che a nostro avviso non rispecchiano i reali valori in campo. Se non fosse per le interpretazioni, in particolare quelle di Rhianne Barreto e Poorna Jagannathan, rispettivamente nei panni della protagonista Mandy e di sua madre Kerri, o per la colonna sonora e per qualche momento di forte intensità (lo scambio verbale nel centro commerciale tra il padre di Mandy e quello del ragazzo incriminato, oppure quello tra la ragazza e i suoi genitori in cucina dopo la scoperta dell’aggressione), il film scivolerebbe ancora più in basso nel giudizio complessivo. Demerito di basi narrative che perdono consistenza drammaturgica con lo scorrere dei minuti, sino a un epilogo che è una vera e propria pietra tombale sulla credibilità del progetto e sui tanti messaggi dei quali si fa portatore: dalla violenza di genere all’uso distorto dei social, passando per il cyber bullismo, il voyeurismo e la violazione della privacy.
Share se ne fa carico nel portare sul grande schermo l’odissea umana di Mandy, una studentessa sedicenne, che vede la sua vita precipitare in un baratro quando scopre un video scioccante di una festa di cui non ricorda nulla. Le conseguenze si manifestano con forza distruttiva, mentre il mistero affligge la ragazza, che esplora trepidante i propri ricordi di eventi sottoposti contemporaneamente a un invasivo dibattito pubblico. Mandy deve affrontare dubbi e ambiguità su ciò che è o non è successo, su cosa può o non può fare per cambiare le cose. I vorticosi cambiamenti che si susseguono devastano il suo mondo, e questi fatti imprevisti alterano i rapporti con le persone a lei più vicine. Ma la ragazza compie anche delle scelte audaci, muovendosi nel groviglio di aspettative e dettami altrui, mentre cerca la soluzione dell’enigma.
La pellicola affronta con buoni propositi ma con poca convinzione temi caldi ed estremamente delicati, ma li banalizza con un teen-drama che lascia inevase domande e non si rivela capace di sopportarne l’enorme peso specifico. Il risultato è una visione che esplora in maniera superficiale il calvario di una ragazza che è vittima due volte: di un abuso e di una condizione di isolamento che le viene imposto da un contesto che dovrebbe sostenerla e che invece la rigetta. La scrittura si limita a muovere le pedine a disposizione all’interno delle rispettive one-lines che invece di crescere e di scavare ancora più affondo, si arrestano inspiegabilmente. È come se raggiunta una determinata soglia, la Bianco non sia stata in grado di oltrepassarla. Timore di farlo, probabilmente. E allora ecco uno scoglio che il film non riesce suo malgrado a superare, cosa che invece l’autrice era riuscita a fare a suo tempo sulla breve distanza con il corto omonimo dal quale il suo esordio ha preso spunto.

Francesco Del Grosso

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